My Music Machine – undici (seconda parte)
Cropper si era convinto a portarla a casa sua, pur pensando che sarebbe potuto andare incontro ad una certa sorte da tempo evitata. Forse quello che stava per perdere la libertà era lui, e si trattava di uno stato di libertà mentale appena conquistato.
Appena entrati, Stella si mise a cercare Elvis, di cui aveva tanto sentito parlare senza averlo però mai visto dal vivo, al massimo in olografia; tra i due scoppiò l’amore a prima vista, con il micio che sfoderava le sue migliori fusa e lei che lo strapazzava con cura in più punti della sua superficie morbida.
“Ma è proprio bello! E sembra davvero affettuoso!”
“E se ti dicessi che fa così con tutti? Beh, è vero il contrario… quindi sembra che tu gli piaccia.”
“Quale onore! Si vede che ci so fare anche con gli animali.”
Cropper stava lasciando gli ultimi freni inibitori nel fondo della ciotola di Elvis, a cui stava rabboccando il livello della pappa per dargli (e darsi) qualcos’altro a cui pensare.
Stella si stese sul divano, togliendosi lentamente le scarpe; cominciò a parlare, con Cropper sempre più concentrato sulle sue gambe invece che sulle sue parole.
“Non è un porcile come la descrivevi tu, anzi mi sembra una casetta accogliente.”
“Da single, indubbiamente.”
“Ma il letto è a due piazze” puntualizzò lei, guardandolo di traverso.
“Ho sempre desiderato dormire al massimo della comodità.”
“Finché non decidi di dividere il tuo spazio con qualcun altro, magari solo per una notte; non fare il furbo, tanto lo so che a te va bene così.”
Per chi l’aveva preso? Magari, si disse lui.
“Non sono quel tipo; forse ti confondi con Klaus.”
“Prima o poi si arrenderà anche lui. Anch’io credevo che fosse il modo migliore di prendere la faccenda, ma non mi sta più bene; te l’ho detto, così non sono felice.”
“Passerà” replicò distrattamente lui; stava sentendo qualche effetto dei liquori indiani di fine pasto, che gli generavano contrastate opinioni sul da farsi: scopatela, portala a casa finché ti reggi in piedi, lasciala parlare finché non crolla dal sonno, mandala a cagare prima che ti incastri. Lei proseguì.
“Vorrei tanto trovare l’amore, Cropper; parlo dell’amore vero, quello delle canzoni più belle, quello che forse non esiste.”
Voglia di matrimonio? E se Stella fosse una di quelle donne che, una volta sposate, sostituiscono più o meno inconsciamente la routine interna che controlla (si fa per dire) le… dinamiche funzioni da amante bollente con quella della ben più rigida attività di consorte? Istintivamente, Cropper spense alcuni circuiti di alimentazione della libido, giusto per farsi calare la pressione sanguigna e ridurre le palpitazioni. Le quotazioni delle opinioni precedenti si rimescolarono su valori altalenanti.
“Tu sei mai stato veramente innamorato?” continuò lei fissandolo.
“Bella domanda.”
Bravo, guadagna tempo.
“Dicendo questo hai già risposto di no.”
“Forse. Anzi, hai certamente ragione. Anch’io però credo di avere soprattutto paura che l’altra persona mi cambi, mi renda diverso da quello che sono e che voglio rimanere.”
Attento Cropper, stai optando per il dialogo aperto.
“Ma come fai a rifiutare il cambiamento se non lo provi? Secondo me devi invertire la rotta, e cercare di non fermarti mai ai risultati già ottenuti. Se sei un grande, lo dimostri solo mettendoti sempre in discussione.”
“Ma io non credo di voler scoprire di essere un… grande. Ho dei sogni, dei desideri, ma chiunque ne ha; i miei sono solo più improbabili di molti altri.”
Ci sei dentro fino al collo.
“Secondo me, per capirmi meglio hai bisogno di un po’ di matematica.”
“Cosa?” esclamò lui strabuzzando gli occhi.
“Ti spiego. Quando due persone stanno insieme, si verifica una somma algebrica, uno più uno. Fin qui è tutto chiaro?”
“Chiarissimo” ironizzò lui.
“Bene, ma se normalmente uno più uno fa due, in certe coppie il risultato dell’operazione sarà sempre uno, cioè un’entità unica divisa in due individui, se mi permetti il gioco di parole.”
“Prego, professoressa” disse lui con espressione rassegnata.
Lei lo guardò male per un istante, poi proseguì imperterrita. “Altre coppie invece fanno uno più uno uguale a tre…”
“…o anche di più, se ti riferisci ai figli” osservò lui recitando un certo interesse.
“Sbagliato, mi riferisco alla crescita di entrambi, che se uniti diventano di più di quello che erano o sono da singoli.”
“Adesso ho capito.” Cropper si sforzò di non manifestare in viso le sue sensazioni di abissale perplessità.
“Ma fingiamo che la matematica abbia ragione anche sui sentimenti, e assumiamo che nelle coppie uno più uno faccia esattamente due.”
“Ma sì, assumiamolo.” Speriamo che non tiri in ballo i decimali, pensò Cropper.
“Allora, uno più uno uguale due, ma se dividi il risultato per due non ottieni più due interi.”
Lo sapevo, pensò lui.
Lei chiarì, in risposta alla sua espressione dubitante e pensierosa: “Voglio dire che, quando una storia finisce, uno dei due alla fine può averci guadagnato e l’altro perduto. Oppure possono addirittura perderci entrambi, o guadagnare entrambi qualcosa.”
“Ma con tutto questo dove vuoi arrivare?” disse lui con tono bonario.
“Io finora ho sempre perso qualcosa, sempre” disse lei abbassando lo sguardo.
Le sensazioni di lui cambiarono improvvisamente. Passarono alcuni secondi di assordante silenzio, poi lui riuscì a dire: “Ci passiamo più o meno tutti, e non solo per amore; tante cose della vita funzionano come dici tu. Bisogna imparare a capire le nostre aspettative, i nostri veri desideri.”
“Tu cosa vuoi veramente, Cropper?”
Ci fu ancora un po’ di silenzio, prima che lui ribattesse: “E tu? Cosa vuoi tu, Stella? È così facile rispondere a questa domanda?”
“Io so cosa voglio adesso, magari domani; non so cosa vorrei per sempre.”
“È gia qualcosa; anch’io credo di essere messo più o meno come te.”
“E ad esempio, cosa vorresti adesso?”
“Adesso… vorrei smettere di parlare.”
“E cosa vorresti fare al posto di parlare?”
“Decidi tu.”
“Sei sicuro? Dove vuoi arrivare?”
“Dove vuoi tu, credo.”
“E dove credi che io voglia arrivare?”
“Ho una mezza idea, ma non te la dirò mai.”
La tensione stava salendo, e il botta e risposta aveva assunto i connotati dell’eternità.
“Cropper, decidiamoci. Basta che siamo d’accordo sul fatto che non cambierà niente, almeno non in peggio.”
Hai capito benissimo, sta dicendo quello.
Lui replicò a mezza voce: “Sono d’accordo.” Le si avvicinò giungendole alle spalle da dietro il divano, ma quando sembrava sul punto di darle un bacio sul collo, lei scattò in avanti.
“Aspetta, non sono sicura che tu abbia capito.”
“Aiutami tu” disse lui tra lo sconsolato e l’idrofobo.
“Diciamo che avremmo dovuto farlo molto tempo fa; adesso è tutto diverso.”
I tassi alcolici dei due avevano quasi superato la soglia di coscienza, e Cropper disse: “Ti riaccompagno a casa, almeno finché mi reggo in piedi.”
A quel punto lei si alzò sul divano, e rivolta a lui che si trovava ancora dietro lo schienale si sfilò il vestito.
“Non mi muovo di qui; dovrai buttarmi fuori.”
“Stella, io…”
Era già partito il reggiseno di pizzo francese. Lui mise a fuoco l’inquadratura e improvvisamente si sentì molto più sveglio e pimpante di prima. “Hai bevuto troppo, e io pure” disse con scarsa convinzione.
Addio ai collant, con un movimento aggraziato e sensuale.
“Non fermarti, per la miseria. Non fermarti.”
Cropper saltò dall’altra parte del divano; Elvis sospirò e si mise a dormire, arrotolandosi come una ciambella.
“Mi dai una mano?” chiese lei ostentando il miglior sorriso-knockout di tutti i tempi, tenendo in considerazione le alterazioni etiliche.
Lui rimase impalato un istante, poi sbiascicò un accenno di discorso: “Vaffanculo agli scrupoli. Avremmo sì dovuto farlo prima, ma stasera rimetteremo a posto il flusso temporale dell’universo.” Poi le sfilò la coulotte di seta e iniziò una dettagliata e profonda esplorazione di quanto rivelato dalla rimozione. Lei cadde sul divano, emettendo un sospiro soffocato di piacere. Elvis non fece una mossa. Poi lei prese l’iniziativa e si produsse in esplorazioni altrettanto accurate. A quel punto Elvis decise di andare a dormire in un’altra stanza.
Non passarono più di venti secondi sul divano: si ritrovarono sul tappeto e iniziarono una notte che sarebbe passata alla storia per entrambi.
***
Il giorno dopo si alzarono dopo mezzogiorno; l’olosegreteria era rimasta fortunatamente inattiva, e i due avevano dormito abbracciati per tutta la notte, completamente nudi e con una sbronza cosmica da smaltire. Quando Stella prese l’iniziativa di alzarsi, nella nebbia della sua vista assonnata si compose lo scenario apocalittico della cucina di Cropper.
“Crop, come faccio a preparare un caffè in questo puttanaio?”
“Ti avevo avvertita… lascia fare a me.” E si alzò anche lui.
Elvis arrivò flemmatico in cucina in cerca di una tanto desiderata colazione in compagnia. Sembrò scrutare i due corpi nudi con curiosità, poi forse decise che avevano troppo poco pelo per i suoi gusti, e rinunciò alla sua abituale strusciata.
Dopo il caffè rimasero in silenzio a guardarsi per un po’, anche nella speranzosa attesa della scomparsa di quel mal di testa che li accomunava; ogni tanto uno dei due a turno scuoteva la testa quasi come a dire ‘incredibile!’, finché lui non disse qualcosa di concreto.
“Vuoi rimanere un po’ qui? Magari hai bisogno di stare lontana dalla tua solita casa, dalle sorelle che ti rompono e tutto il resto.”
“Già, e magari lunedì vado a lavorare vestita così. Sai che incremento di vendite, se mi mettono nei pressi di una vetrina esterna!”
“Ma io sapevo che alla luce del sole il tessuto Varilitex non diventa trasparente!”
“È vero, anche se qualche ministro puritano sta tentando di far passare una legge che vieti comunque di indossare abiti simili prima delle ore 22 e dopo l’alba; ma lunedì ho il turno serale e perciò dal tramonto diventerei una pittoresca sorpresa per chi passa da quelle parti! Poi in generale non mi sembra il caso di andare al lavoro con un abito adatto ad altre occasioni più piacevoli.”
“Ti riaccompagno adesso o più tardi?”
“Più tardi. Voglio rifare l’amore con te anche da sobria.”
Per un vero miracolo Cropper non si scottò toccando la caffettiera, ma versò il caffè con urgenza e lo bevve dalla sua tazza freneticamente, rischiando quasi di strozzarsi. Elvis capì di dover attendere più a lungo la sua colazione, e dopo un primo timido miagolio rinunciò ad ogni forma di protesta.
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