Archivio

Articoli taggati ‘mymusicmachine’

My Music Machine – undici (seconda parte)

Cropper si era convinto a portarla a casa sua, pur pensando che sarebbe potuto andare incontro ad una certa sorte da tempo evitata. Forse quello che stava per perdere la libertà era lui, e si trattava di uno stato di libertà mentale appena conquistato.

Appena entrati, Stella si mise a cercare Elvis, di cui aveva tanto sentito parlare senza averlo però mai visto dal vivo, al massimo in olografia; tra i due scoppiò l’amore a prima vista, con il micio che sfoderava le sue migliori fusa e lei che lo strapazzava con cura in più punti della sua superficie morbida.

“Ma è proprio bello! E sembra davvero affettuoso!”

“E se ti dicessi che fa così con tutti? Beh, è vero il contrario… quindi sembra che tu gli piaccia.”

“Quale onore! Si vede che ci so fare anche con gli animali.”

Cropper stava lasciando gli ultimi freni inibitori nel fondo della ciotola di Elvis, a cui stava rabboccando il livello della pappa per dargli (e darsi) qualcos’altro a cui pensare.

Stella si stese sul divano, togliendosi lentamente le scarpe; cominciò a parlare, con Cropper sempre più concentrato sulle sue gambe invece che sulle sue parole.

“Non è un porcile come la descrivevi tu, anzi mi sembra una casetta accogliente.”

“Da single, indubbiamente.”

“Ma il letto è a due piazze” puntualizzò lei, guardandolo di traverso.

“Ho sempre desiderato dormire al massimo della comodità.”

“Finché non decidi di dividere il tuo spazio con qualcun altro, magari solo per una notte; non fare il furbo, tanto lo so che a te va bene così.”

Per chi l’aveva preso? Magari, si disse lui.

“Non sono quel tipo; forse ti confondi con Klaus.”

“Prima o poi si arrenderà anche lui. Anch’io credevo che fosse il modo migliore di prendere la faccenda, ma non mi sta più bene; te l’ho detto, così non sono felice.”

“Passerà” replicò distrattamente lui; stava sentendo qualche effetto dei liquori indiani di fine pasto, che gli generavano contrastate opinioni sul da farsi: scopatela, portala a casa finché ti reggi in piedi, lasciala parlare finché non crolla dal sonno, mandala a cagare prima che ti incastri. Lei proseguì.

“Vorrei tanto trovare l’amore, Cropper; parlo dell’amore vero, quello delle canzoni più belle, quello che forse non esiste.”

Voglia di matrimonio? E se Stella fosse una di quelle donne che, una volta sposate, sostituiscono più o meno inconsciamente la routine interna che controlla (si fa per dire) le… dinamiche funzioni da amante bollente con quella della ben più rigida attività di consorte? Istintivamente, Cropper spense alcuni circuiti di alimentazione della libido, giusto per farsi calare la pressione sanguigna e ridurre le palpitazioni. Le quotazioni delle opinioni precedenti si rimescolarono su valori altalenanti.

“Tu sei mai stato veramente innamorato?” continuò lei fissandolo.

“Bella domanda.”

Bravo, guadagna tempo.

“Dicendo questo hai già risposto di no.”

“Forse. Anzi, hai certamente ragione. Anch’io però credo di avere soprattutto paura che l’altra persona mi cambi, mi renda diverso da quello che sono e che voglio rimanere.”

Attento Cropper, stai optando per il dialogo aperto.

“Ma come fai a rifiutare il cambiamento se non lo provi? Secondo me devi invertire la rotta, e cercare di non fermarti mai ai risultati già ottenuti. Se sei un grande, lo dimostri solo mettendoti sempre in discussione.”

“Ma io non credo di voler scoprire di essere un… grande. Ho dei sogni, dei desideri, ma chiunque ne ha; i miei sono solo più improbabili di molti altri.”

Ci sei dentro fino al collo.

“Secondo me, per capirmi meglio hai bisogno di un po’ di matematica.”

“Cosa?” esclamò lui strabuzzando gli occhi.

“Ti spiego. Quando due persone stanno insieme, si verifica una somma algebrica, uno più uno. Fin qui è tutto chiaro?”

“Chiarissimo” ironizzò lui.

“Bene, ma se normalmente uno più uno fa due, in certe coppie il risultato dell’operazione sarà sempre uno, cioè un’entità unica divisa in due individui, se mi permetti il gioco di parole.”

“Prego, professoressa” disse lui con espressione rassegnata.

Lei lo guardò male per un istante, poi proseguì imperterrita. “Altre coppie invece fanno uno più uno uguale a tre…”

“…o anche di più, se ti riferisci ai figli” osservò lui recitando un certo interesse.

“Sbagliato, mi riferisco alla crescita di entrambi, che se uniti diventano di più di quello che erano o sono da singoli.”

“Adesso ho capito.” Cropper si sforzò di non manifestare in viso le sue sensazioni di abissale perplessità.

“Ma fingiamo che la matematica abbia ragione anche sui sentimenti, e assumiamo che nelle coppie uno più uno faccia esattamente due.”

“Ma sì, assumiamolo.” Speriamo che non tiri in ballo i decimali, pensò Cropper.

“Allora, uno più uno uguale due, ma se dividi il risultato per due non ottieni più due interi.”

Lo sapevo, pensò lui.

Lei chiarì, in risposta alla sua espressione dubitante e pensierosa: “Voglio dire che, quando una storia finisce, uno dei due alla fine può averci guadagnato e l’altro perduto. Oppure possono addirittura perderci entrambi, o guadagnare entrambi qualcosa.”

“Ma con tutto questo dove vuoi arrivare?” disse lui con tono bonario.

“Io finora ho sempre perso qualcosa, sempre” disse lei abbassando lo sguardo.

Le sensazioni di lui cambiarono improvvisamente. Passarono alcuni secondi di assordante silenzio, poi lui riuscì a dire: “Ci passiamo più o meno tutti, e non solo per amore; tante cose della vita funzionano come dici tu. Bisogna imparare a capire le nostre aspettative, i nostri veri desideri.”

“Tu cosa vuoi veramente, Cropper?”

Ci fu ancora un po’ di silenzio, prima che lui ribattesse: “E tu? Cosa vuoi tu, Stella? È così facile rispondere a questa domanda?”

“Io so cosa voglio adesso, magari domani; non so cosa vorrei per sempre.”

“È gia qualcosa; anch’io credo di essere messo più o meno come te.”

“E ad esempio, cosa vorresti adesso?”

“Adesso… vorrei smettere di parlare.”

“E cosa vorresti fare al posto di parlare?”

“Decidi tu.”

“Sei sicuro? Dove vuoi arrivare?”

“Dove vuoi tu, credo.”

“E dove credi che io voglia arrivare?”

“Ho una mezza idea, ma non te la dirò mai.”

La tensione stava salendo, e il botta e risposta aveva assunto i connotati dell’eternità.

“Cropper, decidiamoci. Basta che siamo d’accordo sul fatto che non cambierà niente, almeno non in peggio.”

Hai capito benissimo, sta dicendo quello.

Lui replicò a mezza voce: “Sono d’accordo.” Le si avvicinò giungendole alle spalle da dietro il divano, ma quando sembrava sul punto di darle un bacio sul collo, lei scattò in avanti.

“Aspetta, non sono sicura che tu abbia capito.”

“Aiutami tu” disse lui tra lo sconsolato e l’idrofobo.

“Diciamo che avremmo dovuto farlo molto tempo fa; adesso è tutto diverso.”

I tassi alcolici dei due avevano quasi superato la soglia di coscienza, e Cropper disse: “Ti riaccompagno a casa, almeno finché mi reggo in piedi.”

A quel punto lei si alzò sul divano, e rivolta a lui che si trovava ancora dietro lo schienale si sfilò il vestito.

“Non mi muovo di qui; dovrai buttarmi fuori.”

“Stella, io…”

Era già partito il reggiseno di pizzo francese. Lui mise a fuoco l’inquadratura e improvvisamente si sentì molto più sveglio e pimpante di prima. “Hai bevuto troppo, e io pure” disse con scarsa convinzione.

Addio ai collant, con un movimento aggraziato e sensuale.

“Non fermarti, per la miseria. Non fermarti.”

Cropper saltò dall’altra parte del divano; Elvis sospirò e si mise a dormire, arrotolandosi come una ciambella.

“Mi dai una mano?” chiese lei ostentando il miglior sorriso-knockout di tutti i tempi, tenendo in considerazione le alterazioni etiliche.

Lui rimase impalato un istante, poi sbiascicò un accenno di discorso: “Vaffanculo agli scrupoli. Avremmo sì dovuto farlo prima, ma stasera rimetteremo a posto il flusso temporale dell’universo.” Poi le sfilò la coulotte di seta e iniziò una dettagliata e profonda esplorazione di quanto rivelato dalla rimozione. Lei cadde sul divano, emettendo un sospiro soffocato di piacere. Elvis non fece una mossa. Poi lei prese l’iniziativa e si produsse in esplorazioni altrettanto accurate. A quel punto Elvis decise di andare a dormire in un’altra stanza.

Non passarono più di venti secondi sul divano: si ritrovarono sul tappeto e iniziarono una notte che sarebbe passata alla storia per entrambi.

***

Il giorno dopo si alzarono dopo mezzogiorno; l’olosegreteria era rimasta fortunatamente inattiva, e i due avevano dormito abbracciati per tutta la notte, completamente nudi e con una sbronza cosmica da smaltire. Quando Stella prese l’iniziativa di alzarsi, nella nebbia della sua vista assonnata si compose lo scenario apocalittico della cucina di Cropper.

“Crop, come faccio a preparare un caffè in questo puttanaio?”

“Ti avevo avvertita… lascia fare a me.” E si alzò anche lui.

Elvis arrivò flemmatico in cucina in cerca di una tanto desiderata colazione in compagnia. Sembrò scrutare i due corpi nudi con curiosità, poi forse decise che avevano troppo poco pelo per i suoi gusti, e rinunciò alla sua abituale strusciata.

Dopo il caffè rimasero in silenzio a guardarsi per un po’, anche nella speranzosa attesa della scomparsa di quel mal di testa che li accomunava; ogni tanto uno dei due a turno scuoteva la testa quasi come a dire ‘incredibile!’, finché lui non disse qualcosa di concreto.

“Vuoi rimanere un po’ qui? Magari hai bisogno di stare lontana dalla tua solita casa, dalle sorelle che ti rompono e tutto il resto.”

“Già, e magari lunedì vado a lavorare vestita così. Sai che incremento di vendite, se mi mettono nei pressi di una vetrina esterna!”

“Ma io sapevo che alla luce del sole il tessuto Varilitex non diventa trasparente!”

“È vero, anche se qualche ministro puritano sta tentando di far passare una legge che vieti comunque di indossare abiti simili prima delle ore 22 e dopo l’alba; ma lunedì ho il turno serale e perciò dal tramonto diventerei una pittoresca sorpresa per chi passa da quelle parti! Poi in generale non mi sembra il caso di andare al lavoro con un abito adatto ad altre occasioni più piacevoli.”

“Ti riaccompagno adesso o più tardi?”

“Più tardi. Voglio rifare l’amore con te anche da sobria.”

Per un vero miracolo Cropper non si scottò toccando la caffettiera, ma versò il caffè con urgenza e lo bevve dalla sua tazza freneticamente, rischiando quasi di strozzarsi. Elvis capì di dover attendere più a lungo la sua colazione, e dopo un primo timido miagolio rinunciò ad ogni forma di protesta.

[Copyright © 2002-2012 Claudio Falcone]

Categories: My Music Machine, Testi Etichette:

My Music Machine – undici (prima parte)

Prima di uscire a cena con Stella, Cropper controllò la sua casella e-mail; come previsto, trovò una serie di messaggi di Tornado, tutti generici inviti a ricontattarla tranne l’ultimo.

Viste le difficoltà nel contattarlo in tempo reale, nell’ultimo messaggio gli proponeva un incontro in un luogo dove lei sarebbe andata comunque, quindi senza necessità di conferma da parte di lui. E lui decise che poteva, anzi doveva, andarci.

Chiamò anche Pereira con cui fissò un incontro per analizzare le sue esigenze di lavoro, poi scrisse un e-mail a Joshua per comunicargli quanto appena concordato con il ricco ma cordiale imprenditore.

L’ultimo e-mail fu destinato a Stax, per confermare la sua presenza al Souliseum, ma non menzionando la sua prima autoproduzione musicale da ascoltare.

Stella uscì di casa con un muso scuro e incazzoso. Cropper notò anche qualcos’altro, ovvero il suo vestito realizzato con quel nuovissimo tessuto che diventava sempre più trasparente se osservato da una certa distanza: decisamente troppo per uno come lui che aveva astinenza da troppo tempo! Sotto il vestito, Stella aveva scelto un completo di lingerie francese elegante e non scandaloso, nel tentativo di rendere più casto l’effetto dell’abito opto-variabile. L’abbinamento al bel corpo sinuoso di Stella rendeva il tutto molto naturale e per nulla volgare. Incredibile.

Stella entrò nell’auto di Cropper e si presentò con un bacio sulla guancia di lui, poi lo abbracciò per un istante e si ricompose immediatamente, trasformando la sua espressione dall’incazzoso dell’uscita di casa al semi-triste dell’abbraccio, per finire con il sorriso per la verità un po’ forzato che preludeva alla prima frase spiccicata.

“Dove mi porti di bello?”

Cropper scoprì di non essersi mai accorto prima di una cosa: Stella aveva un’accoppiata di caratteristiche che normalmente lo facevano impazzire in una donna, e cioè occhi chiari abbinati a capigliatura mora. Come aveva fatto a non notarlo? Forse erano proprio come fratello e sorella, pensò.

Archiviata tale osservazione, si concentrò per una replica creativa: “Scegliere una delle seguenti risposte: 1) dove vuoi, anche in capo al mondo; 2) nella tana degli altri amici, ovvero al Carpal; 3) in un pittoresco ristorante indiano, suggeritomi da Sameer, che si trova nei paraggi della Pereira & Pereira, e dove tempo fa ho pranzato con pochi soldi e tanta soddisfazione dei sensi.”

Dopo quella frase, Stella rese il suo sorriso molto più sincero e caloroso di prima. “Vorrei tanto scegliere la risposta numero uno” rispose, “e scarto decisamente la poco fantasiosa numero due; ma credo che per adesso mi troverò bene con l’opzione numero tre. Magari ti rifarò la domanda dopo la prima tappa, anche in base a quanto saranno soddisfatti i sensi.” E via con un sorriso ancor più paralizzante, a cui un destabilizzato Cropper abbinò mentalmente un centinaio di proposte per il dopo cena, tutte accomunate da imbarazzanti similitudini.

L’autoradio di Cropper diffondeva le note di Try (Just A Little Bit Harder) cantata da Janis Joplin; dopo qualche secondo di attento ascolto, Stella esclamò entusiasticamente: “Questo è un pezzo da fare assolutamente!”

“È certamente tra i miei preferiti, soprattutto in questa versione.”

“Grandioso! Studialo e ricordatene quando ci troveremo in sala prove la prossima volta! Non è che mi trovi anche il testo, per caso?”

“Te lo spedisco domani via e-mail, e ti faccio anche una copia dell’album da cui è tratto.”

“Bravo Crop, così mi piaci. Efficiente, organizzato, preciso… Ma non ti annoi ad essere così?”

“Credo che la mia immagine pubblica non sia correttamente delineata; dovresti vedere casa mia!”

“Sarebbe ora che mi inviti a vederla. Ci conosciamo da una vita ma non lo hai mai fatto.”

“Stasera? Scordatelo, Elvis non è preparato e la casa è un porcile.”

“Eh già, perché adesso devi chiedere il permesso al tuo micio prima di invitare una donna a casa; ma non dire cazzate! Anzi, magari ne approfitto per tentare di convincerlo a raccontarmi delle tue notti roventi di cui nessuno è a conoscenza…”

“Va bene, rimane il casino generale e la roba in giro e i piatti sporchi e quant’altro. So che a casa tua si potrebbe impiantare un laboratorio scientifico in ambiente sterile da un momento all’altro, visto come la tenete pulita ed ordinata tu e le tue sorelle. Non posso reggere il confronto.”

“Non è esattamente come dici tu, comunque se si tratta di un complimento lo accetto volentieri. Senti, facciamo così: prima mangiamo e chiacchieriamo un po’, poi si vedrà.”

“Comincia pure a vuotare il sacco, se vuoi.”

“Non sono pronta; prima fammi bere un po’.” Il suo viso si era di nuovo rabbuiato leggermente, così lungo il rimanente tragitto proseguirono entrambi in silenzio.

Al ristorante indiano Kathra Barua si mangiava davvero bene e spendendo poco; sia Cropper che Stella non potevano che apprezzare entrambi gli aspetti. Inoltre la bietola rossa non era prevista in alcuna ricetta.

Dopo una sequenza di piatti misti, molto appetitosi e quasi sempre molto piccanti (una passione comune ad entrambi i commensali), il tasso alcolico era salito al livello ideale per conversare senza troppi peli sulla lingua. Parlarono del più e del meno per ore, poi il tono della conversazione cambiò.

“Cropper, non ne posso più. So che agli occhi di tutti gli altri forse non sembra, ma non sono felice.”

Cropper e non Crop, quindi discorso serio.

“Chi ti sei trovata, il solito stronzo che non ti merita?”

“Non hai ancora capito: ultimamente la vita da vera single mi sta bene, non è quello il problema. Però mi guardo indietro e tutto ciò che vedo non mi lascia tracce di felicità estrema, perché dentro di me so che sarò sempre sola, anche stando insieme ad un uomo.”

“Non reggi in confronto con le tue sorelle? Una manager di una importante azienda che si occupa di arredamento creativo, e l’altra proprietaria di un centro estetico di successo di cui lei stessa è eccellente portabandiera…”

“…mentre io sono solo una commessa in un fottuto negozio di dischi che mi fa fare turni mattina e sera. No, non ci sei ancora; forse le mie sorelle saranno arrivate più in alto di me dal punto di vista professionale, e forse saranno anche più belle e affascinanti di me, ma di tutto questo non me ne importa proprio un bel niente, non invidio proprio niente delle loro scelte di vita. Il mio problema siete voi uomini.”

Il Cropper razionale stava trattenendosi a stento dal pontificare discorsi pleonastici e inconcludenti; il Cropper nevrotico stava pensando a come sbarazzarsi di lei; il Cropper passionale stava per esordire con una proposta indecente (la solita) mascherata da soluzione di tutti i problemi. Fortunatamente il Cropper sensibile zittì gli altri per un tempo sufficiente a farle venire la voglia di proseguire nelle sue evacuazioni verbali.

“Vedi, ho capito che sto sfuggendo ad una condizione diversa solo perché ho paura di perdere qualcosa di simile alla libertà personale, non so se mi spiego.”

Cropper pensò: ti spieghi benissimo, e Klaus ha avuto ragione come al solito. Annuì per invitarla a continuare.

“È meglio che me ne rimango da sola, almeno per un bel po’. Ho capito che di solito una passione si esaurisce sempre nel momento in cui hai raggiunto l’obbiettivo, quindi la parte che più mi piace è la ricerca, l’inseguimento, e non il tagliare il traguardo.” Parlava come se indossasse un sottilissimo foulard di tristezza alla gola, con gli occhi semilucidi e un’espressione facciale forzatamente impassibile dietro la quale, Cropper ne era ormai certo, si celava un monsone di pianto. Ma lei non avrebbe mai ceduto a quelle manifestazioni da donnicciola, lei era di un’altra pasta e doveva farsela passare.

“Stella, non credevo che tu soffrissi così. Mi viene voglia di dirti che sono onorato dalla tua volontà di sfogarti proprio con me; significa una grande fiducia nel sottoscritto, e queste sono cose che fanno sempre bene.”

“Grazie. Sapevo che mi avresti capita.”

Lui pensò che la storia stava ripetendosi: per una donna il suo ruolo sarebbe sempre stato quello dell’amico ideale. Non che gli fosse mai dispiaciuto, ma non poteva andare sempre e solo così!

Dopo un lungo intervallo in cui lo scorrere del tempo si era messo diligentemente in disparte, i due si separarono e Cropper chiese il conto.

“E adesso dove mi porti?” disse lei come previsto.

“Opzione uno” rispose lui con un sorriso ironico.

[continua]

[Copyright © 2002-2012 Claudio Falcone]

Categories: My Music Machine, Testi Etichette:

My Music Machine – dieci

Qualche sera dopo, Stax invitò Cropper a casa sua per farsi dare un’ispirazione su un lavoretto grafico che doveva fare entro pochi giorni: un volantino per una serata musicale del loro DeeJay preferito.

L’ormai famoso Dick Isaac ne aveva certamente fatta di strada, rispetto ai tempi in cui girava i locali con un borsone contenente meno di cento CD musicali, due lettori portatili di Compact Disc e una cuffia stereo con doppio spinotto, senza né un mixer né uno straccio di microfono, costantemente a caccia di un ingaggio.

Dick era soprattutto un amico per Stax, anche se non si vedevano molto spesso, visto che la sua attività lo portava in giro ovunque ci fosse un locale con spazio adeguato per ballare e voglia di ascoltare qualcosa di diverso dalla EthnoDance.

Nell’occasione, Dick doveva suonare i suoi pregiati dischi presso un locale di un certo livello per la scena notturna della zona, e avendo già collaudato le inventive trovate grafiche di Stax, gli aveva chiesto di realizzargli un flyer di presentazione con tutti i crismi della grande occasione. Ovviamente Stax lo avrebbe anche pubblicato su Globalnet, nel suo sito personale dedicato ai nottambuli musicofili.

Cropper arrivò a tarda sera, dopo aver mangiato qualcosa a casa, in compagnia di Elvis che gli era mancato nei giorni di Londra (sentimento reciproco, visto il pesante scambio di effusioni al suo ritorno).

Mentre Stax rispondeva a qualche e-mail, Cropper si mise a curiosare nei nuovi acquisti musicali del suo amico. L’impresa non era facile per una sola ragione: Stax teneva i suoi dischi insopportabilmente sparsi in giro per la casa, pur riuscendo a trovare quasi sempre ciò che cercava, mentre Cropper li teneva sempre in ordine, secondo un criterio di organizzazione che variava di tanto in tanto; ogni volta che rimetteva gli occhi sui dischi dell’altro, Cropper pensava che fosse inaccettabile tenere i dischi in quel modo.

 

“Prima di cominciare, non mi racconti niente del tuo viaggio a Londra? E di quel… Tornado cosa mi dici?”

“Sono tornato solo l’altro ieri, mi sono fermato più del previsto. E Tornado è una donna” concluse Cropper con un ghigno beffardo.

Non fece in tempo ad aggiungere altro, perché Stax ululò: “Aaaahhh, e poi sono io quello che incontra le femmine tramite la Rete! E dato che sei rimasto con lei per ben tre giorni di fila, chissà che momenti di sana carnalità!”

“A parte il fatto che non ho ancora ben capito se esiste in lei il benché minimo interesse per relazioni che implichino un contatto fisico, dal punto di vista morfologico è sicuramente di sesso femminile. Ed è una specie di genio.”

“Sempre rapito dalle donne intelligenti, eh? Occhio! Ma non ricordi com’è andata quando ti sei preso quella sbandata micidiale per quella… come si chiamava…”

“Si chiamava e si chiama ancora Gloria; non ci vediamo da più di tre anni, ma ogni tanto ci sentiamo ancora. Però al mio compleanno non c’era, perché non l’ho invitata di proposito…”

“Scommetto che chiami sempre tu” lo interruppe Stax.

“Hai perso.”

“Ma cosa ci hai fatto con quella, dì la verità? Sei sicuro che non è mai… successo niente?”

“Sicuro, purtroppo. Ma è stato meglio così: non sarei stato all’altezza di una simile divinità.”

“Proprio come allora: la adori ancora. E sai una cosa? A me non sembra così speciale, anche se molti nostri amici l’avevano subito soprannominata Fox partendo dalla pronuncia del suo cognome. Insomma, nell’eventualità di un suo ritorno sulla piazza non sarò tuo concorrente.”

“Stax, basta. Disegniamo ‘sto volantino che alle donne non ho voglia di pensare, in questo periodo; troppo impegnativo, non posso permettermelo.” E Cropper evitò di aggiungere che se c’era una donna a cui non voleva pensare, quella era proprio Gloria Fochs.

“Cos’è impegnativo, pensare alle donne?”

“NO, TUTTO. E adesso basta davvero.”

“Va bene” disse Stax nel suo tipico modo ironico monocorde a denti stretti. E cominciarono a progettare il miniposter, dimenticandosi del tema originale della conversazione, vale a dire Tornado.

 

Il risultato finale del lavoro di quella sera fu visto il giorno dopo da Dick Isaac; questi ne rimase entusiasta al punto che promise a Stax di cercargli qualche altro lavoretto del genere per i gestori dei locali in cui si esibiva abitualmente, oppure presso i discografici indipendenti suoi amici. Stax rimase un po’ scettico, ma allo stesso tempo si sentì caricato, senza darlo troppo a vedere (come suo tipico). Appena tornato a casa, chiamò subito Cropper per ringraziarlo dei suggerimenti della sera prima, ma trovò attivo l’olorisponditore.

Tanto per cambiare, Cropper aveva cambiato per l’ennesima volta la proiezione olografica di risposta, così nell’occasione Stax si trovò a tu per tu con una riproduzione animata estremamente realistica di una delle sue pornoattrici preferite.

“Ciao Stax, sono la tua Ylania Sweet; lasciami pure un messaggio se vuoi, lo passerò io a Cropper.” Era scioccante vedere quel corpo femminile voluttuoso e sentirlo parlare con la voce di Cropper (oltretutto impostata con un timbro profondo da presentatore radiofonico che gli veniva benissimo), però era ovvio che Cropper aveva voluto sovraincidere la sua voce su quella originale per poter personalizzare il messaggio audio in base al chiamante. Stax si chiese se quella simulazione fosse dedicata solo a lui o se Cropper l’avesse destinata ad altri, magari a chiunque avesse chiamato, eventualmente con messaggi vocali diversi; poi si immaginò cosa sarebbe successo se, nel secondo caso, avesse chiamato Stella. Rise a denti stretti e riattaccò.

Ecco un altro dei passatempi a perdere di Stax e Cropper: scaricare da Globalnet nuovi olomessaggi per risponditore. Se ne potevano trovare di tutti i gusti: dalla pornostar con voce sensuale, a personaggi dei fumetti o comunque di fantasia, a stelle dello spettacolo o dello sport (che così invadevano ulteriormente la già illusoria privacy della gente comune), e via dicendo. Naturalmente c’era sempre la possibilità di registrare la propria immagine olografica, magari realizzando delle vere e proprie recitazioni, come quando Stax fece un olomessaggio in cui esordiva con un classico “Pronto!” ripetuto alcune volte, quasi a simulare un problema di collegamento, per poi sfociare in una risata bastarda che preannunciava la rivelazione della verità, e cioè che lui non c’era e che quello era un messaggio registrato. Cropper c’era cascato almeno un paio di volte, gridando inutilmente e ripetutamente “Pronto!” in risposta alla stessa esclamazione della registrazione, per poi chiudere con un “VAFFANCULO!” a caratteri cubitali che rimaneva impresso nella memoria del risponditore, gratificando la perfida gioia differita di Stax.

 

***

 

Cropper ascoltò il messaggio-risata di Stax solo il giorno dopo: si era talmente immerso nella composizione del suo primo brano al punto di sballare tutti gli orari, pasti (suoi e di Elvis) inclusi.

Non richiamò Stax perché si impose di farsi vivo solo alla fine della registrazione del suo primo brano autoprodotto, così da poterglielo far ascoltare in anteprima. Ma l’impresa si era rivelata più impegnativa del previsto, e non per problemi strettamente tecnici ma per colpa della sua pigrizia creativa.

Era partito dall’idea di un intero disco composto da rifacimenti di brani famosi, cercando però di non realizzare delle semplici cover simili alle esecuzioni originali; anzi, le versioni dovevano essere riarrangiate con un sound radicalmente distante da quello di riferimento, per esempio trasformando un brano rock in un brano soul o viceversa.

A questo proposito Cropper ascoltò parecchi brani riarrangiati, e interi dischi ‘tributo’ a qualche artista secolare, tra cui una raccolta di rivisitazioni di brani degli Who eseguite da musicisti di ogni genere, acquistata al Townshend Memorial la settimana prima; era a dir poco sconvolgente ascoltare un inno rock come Won’t Get Fooled Again riarrangiata in versione funky soul dal gruppo vocale delle Labelle: una trasformazione eccezionale!

Sulla base della sua idea originale, Cropper aveva cominciato a stilare un elenco di brani, indicandone titolo, versione di riferimento e arrangiamento da applicare; l’ultima caratteristica poteva essere espressa in vari modi: fornendo riferimenti diretti (es. “in stile Motown“), dando suggerimenti vaghi (“con sezione fiati”, “più lenta dell’originale”…) oppure citando un altro brano e/o esecutore da usare come modello di riferimento per l’arrangiamento (es. “stesso suono di Satisfaction dei Rolling Stones”). E nei giorni seguenti la sua fantasia prese il volo, anche se solo sulla carta.

Arrivò persino ad alzarsi in piena notte con un titolo in mente; giusto il tempo di trascriverlo sull’elenco in costruzione, e poi se ne tornava a dormire. Tranne una volta, che si svegliò per una ragione diversa.

Sameer! Gli aveva promesso che l’avrebbe chiamato sabato sera, quando lui era ancora a Londra da Tornado. Si chiese cosa aveva pensato l’amico, poiché non era mai successo che Cropper dimenticasse un appuntamento telefonico. Vide l’orologio e decise che sarebbe stato peggio chiamarlo a quell’ora, così rimandò l’operazione.

 

Il giorno dopo, appena il caffè fu entrato in circolo al posto del sonno, chiamò Sameer; era fortunatamente in casa.

“Cropper! Bentornato tra i comuni mortali, almeno credo.”

“Scusami davvero, sto perdendo il contatto con la mia realtà abituale.”

“Detta così non è una cosa brutta. Comunque non devi preoccuparti; ti basti pensare a tutte le volte che sono io a non esserci…”

“Sei un vero amico, Sameer; l’ho sempre detto che la tua diversità ti rende più sensibile di tanti… normali.”

“Come tutti concordiamo da tempo, la normalità si può curare: basta volerlo. Comunque, sappi che sono proprio incasinato. E dico sul serio, stavolta.”

“Vuoi dire che non si suona a breve termine?”

“Già. Mi dispiace, soprattutto perché vi avevo prospettato una situazione più favorevole. Vi farò avere mie notizie appena possibile.”

Altra scena ricorrente del periodo: gente che gli dava appuntamento-a-quando-possibile. Cropper però non aspettava altro, e lo ammise all’amico: “Ti confesso che ci speravo, perché sono entrato in un tunnel di cose da fare assolutamente entro ieri o prima, e ho l’impressione di essere in ritardo. Grazie dell’alibi.”

“Non c’è di che” rispose Sameer in tono scherzoso. “Mi domando cosa ne pensino gli altri, ma saranno ormai abituati, no? Comunque mi hai trovato proprio al volo, e adesso devo lasciarti. Ho un appuntamento importante.”

“Scommetto che esci con quel Brad.”

“Stai scherzando? Non lo vedo più da quella serata al ristorante! Credevo fosse una persona intelligente, invece era solo un porco.”

“Capisco, almeno credo.”

“Hai capito benissimo.”

“Se lo dici tu…”

“Vuoi che ti racconti qualche dettaglio in più?”

“Credo sia meglio di no.”

Sameer sorrise maliziosamente: “Vado a registrare un assolo per una cantante jazz, altro che perdere tempo con certi ambigui personaggi.”

“Anche tu hai fatto voto di celibato? Siamo a posto!”

“Ne riparliamo fra un po’ di tempo. Ti saluto.” E chiuse il collegamento con un ancor più malizioso sorriso.

 

Cropper si mise alacremente a lavorare con un software di registrazione multitraccia che aveva a disposizione fin da prima di acquistare il nuovo computer; voleva realizzare un brano qualunque, giusto per cominciare a prendere dimestichezza con quell’insieme di pannelli, cursori, pulsanti e ammennicoli vari che gli riempiva la schermata. Non stava usando il sistema operativo di Tornado, almeno per ora, perché non c’era traccia di software musicale all’altezza delle sue esigenze.

Senza rendersene conto, andò avanti per qualche giorno senza uscire di casa (e per fortuna aveva completamente riempito il frigoarmadio al suo ritorno da Londra!), lasciando l’olosegreteria inserita ed evitando di rispondere anche al campanello della portineria del suo condominio. Tenne spento anche il micro-telefono portatile e non consultò nemmeno la casella e-mail, per la paura di essere interrotto dal resto del mondo. Quest’ultima decisione era sicuramente esagerata, ma conoscendosi sapeva che anche un semplice messaggio, per quanto differito, avrebbe potuto interferire sulla sua concentrazione.

In questo auto-isolamento sperava di trovare una continuità che non aveva mai avuto, producendo qualcosa di finito che potesse dargli lo stimolo adatto per continuare con più convinzione le sue sperimentazioni musicali. All’inizio del lavoro, gli ci volle poco per capire che aveva sottostimato l’impegno necessario per poter arrivare a risultati di buona qualità; ad un certo punto cominciò persino a pensare che aveva sbagliato ad illudersi di essere in grado di fare musica da solo, almeno al livello che lui sognava.

Stava quasi rimpiangendo di aver lasciato il lavoro fisso e quell’esistenza monotona ma priva di rischi, quando decise di reagire e di tentare almeno la realizzazione di quel solo brano; sarebbe stato l’obbiettivo minimo per zittire la sua coscienza, qualora le cose non fossero andate bene, e un test significativo per decidere se insistere oppure no. Dopo qualche ulteriore frustrazione, riuscì a partorire un’idea che da tempo gli frullava in testa. Il risultato fu da lui giudicato come discreto ma non entusiasmante, ma conoscendo la sua proverbiale esosa autocritica con tendenza all’insoddisfazione permanente, aveva bisogno di coinvolgere nel giudizio un altro ascoltatore. In altre parole, era giunto il momento di Stax.

Avendo impostato l’olosegreteria in modalità silenziosa, Cropper aveva volutamente ignorato il contenuto dei messaggi registrati in quel periodo, ma ora non poteva più farlo. Disattivò la risposta automatica e avviò l’esecuzione delle registrazioni: 18 messaggi!

Solo quattro di questi erano i soliti messaggi di qualcuno che voleva vendere qualcosa, alla faccia della privacy. Poi c’era un messaggio di Raimondo Pereira, proprietario del gruppo aziendale per cui aveva fatto quei lavoretti nei giorni precedenti, il quale chiedeva di fissare un appuntamento per parlare di un nuovo progetto che gli era passato per la testa; lavoro in vista, si disse Cropper quasi a malincuore.

Stax aveva il primato di presenza con sei messaggi, la maggior parte dei quali era di tono scherzoso, conditi di ironie varie su cosa Cropper stesse facendo rinchiuso in casa da giorni in compagnia del gatto e del computer e di chissà chi o cos’altro, ma l’ultimo era un invito ad un imperdibile concerto dal vivo dei Soul Federation che entrambi aspettavano da tempo, e che sarebbe finalmente avvenuto qualche settimana più tardi al Sweet Soul Coliseum (da sempre soprannominato Souliseum da tutti i fan del genere), il più grande impianto per concerti di Memphis.

Un messaggio era di Joshua, il quale gli chiedeva se Pereira lo avesse contattato per il nuovo progetto; poi c’era un messaggio (purtroppo per lui, solo in audio) della sua cara amica Gloria Fochs, un classico “come stai? Fatti sentire”; che combinazione, da poco aveva parlato di lei con Stax. In realtà lui era certo che fosse come al solito alla ricerca di un paio di orecchie fedeli a cui raccontare le sue ultime traversie d’amore, cosa che Cropper non voleva certo affrontare in quel momento, specialmente per evitare gli effetti collaterali di invidia verso i protagonisti delle storie della sua fatale amica.

Il resto dei messaggi aveva tutt’altra priorità.

Tre chiamate di Tornado, tutte frettolose e con sottofondo rumoroso, tipo stazione ferroviaria o aeroporto; in tutte e tre le occasioni gli diceva di volere assolutamente parlargli. Nel terzo messaggio, quasi rassegnata a non avere risposta, gli chiedeva se avesse dimenticato cos’era l’e-mail, così lui capì che bisognava anche dare un’occhiata alla posta elettronica. Prima di farlo, finì l’ascolto della segreteria.

Gli ultimi due messaggi erano di Stella. Il primo era un semplice “Ciao, ti chiamo più tardi” che a Cropper non diceva niente di speciale; il secondo sfruttava un po’ più memoria della olosegreteria, anche se Stella aveva scelto di mandare in onda solo il segnale audio, pur chiamando da casa. Forse in quel momento non si riteneva presentabile in video, immaginò lui.

“Crop, se senti questo messaggio richiamami appena possibile; non posso aspettare che ci vediamo al pub o in sala prove, ho bisogno di parlarti adesso. So che posso contare su di te, non deludermi.”

Cropper suppose che l’amica stesse attraversando una delle sue fasi d’isteria, quasi certamente per colpa di un nuovo partner super-stronzo di cui gli avrebbe raccontato dettagli scabrosi e problemi di compatibilità, procurandogli la solita marea di sentimenti contrastanti; a quel punto la personalità quadrofenica di Cropper si manifestò in tutte le sue facce.

Uno dei quattro Cropper pensò freddamente che il comportamento dell’amica era come al solito irrazionale, frenetico e senza speranza; un altro Cropper decise di non ricontattare Stella per nessuna ragione al mondo, in quanto fonte di quelle tensioni che lui cercava di evitare a tutti i costi, specialmente in quel periodo.

Il terzo lato di Cropper pensò ad una sana notte di sesso con l’amica, alla faccia del rapporto di solida amicizia, della band e del mondo intero; forse con questo lei avrebbe messo la parola fine sul tormentone di Klaus “Stella vuole Cropper ma vuole anche rimanere libera”, come se lui fosse una garanzia di prigionia: adesso basta menate, solo una bollente scopata e poi amici come prima.

Il quarto lato di Cropper compose il numero di Stella e la invitò fuori a cena per la sera stessa.

 

[Copyright © 2002-2012 Claudio Falcone]

Categories: My Music Machine, Testi Etichette:

My Music Machine – nove

Dopo una notte di sonno a fasi alterne su un divano quasi comodo, Cropper si svegliò definitivamente al profumo di un caffè con tutti gli attributi giusti, che Tornado aveva preparato al momento.

Gli ci vollero oltre dieci secondi per riprendersi dalla vista di lei, il cui esile profilo veniva alterato da due piccoli, quasi adolescenziali, stuzzicanti seni che si facevano strada con prepotente turgore nelle fibre di cotone della solita t-shirt a rovescio. Oltre alla maglietta, solo un paio di maliziosi slip neri seguiti da due gambe magre e ben fatte. Camminando a piedi nudi, si avvicinò con passo felino a lui con in mano una tazza di liquido nero fumante, che Cropper bevve tenendo chiusi gli occhi, sia perché aveva sonno, sia perché stava resistendo alla tentazione di farle una completa scansione di analisi che probabilmente lei avrebbe intercettato all’istante.

“Secondo me il caffè è la scoperta più importante dell’uomo sul pianeta Terra, assieme ad altre cazzate come il fuoco e simili. Io non potrei vivere senza una tazza di questa roba almeno la mattina” disse lui appena il suo circuito interno di gestione della parola gli diede l’OK per l’utilizzo.

“Pienamente d’accordo con te; se hai fame possiamo uscire a mangiare qualcosa, ho il frigocubo piuttosto vuoto perché questo è un appartamento in affitto in cui non vivo stabilmente, anzi quasi mai.”

“Hai almeno qualcosa da sgranocchiare?”

“Quando sono a Londra tengo sempre un pacchetto di biscotti Digestive originali a disposizione.”

“I miei preferiti, che tu ci creda o no!” replicò lui con eccessivo entusiasmo.

“Abbiamo trovato un altro punto in comune” replicò lei allungandogli quanto citato.

“Vedo un ispirante vasetto di crema alla nocciola” disse lui scrutando nel mobile dove erano riposti i biscotti appena prelevati.

Lei gli porse il vasetto e un cucchiaio, dicendo: “Questa non è inglese, è importata dall’Italia. Possibilmente non finirmela! Qualcos’altro?”

“Per adesso sono a posto così; magari più tardi ti offro io un pranzo degno di essere chiamato tale, sempre che tu non sia a dieta…”

“Il mio metabolismo e il mio carattere sono sufficienti a mantenermi ossuta come sono.”

“OK, allora restiamo qui; posso farti qualche domandina introduttiva?”

“Sono tutta tua.”

Cropper esitò di fronte al tono provocatorio della voce di lei, poi decise che era solo una battuta.

Forse.

“Qual è il tuo vero nome?”

“Non credo di volertelo dire. Almeno per ora. E perché dovrebbe interessarti? Cambierebbe qualcosa?”

“OK, non c’è problema; scusa la curiosità.” Peccato, si disse Cropper, vorrei proprio sapere il tuo nome. “Vediamo un po’… Hai detto che questa non è casa tua. Dove vivi abitualmente? Ce l’hai una casa tua?”

“Non sarà mica una domanda seria! No, ultimamente non ho fissa dimora. E poi che c’entra con le cose tecniche che volevi sapere?”

“Voglio conoscere qualcosa di più su questo personaggio misterioso con cui ho a che fare.”

“Va bene; allora, questa casa è in affitto ma è probabile che non ci ritorni più, dopo questi giorni.”

“Qualche problema con la legge?”

“Cambiamo argomento, vuoi?”

“OK, messaggio ricevuto.” Cropper si rese conto che la sua ipotesi aveva qualche fondamento, e accettò di glissare per non perdere tempo su ciò che gli interessava davvero. “Anzitutto, il MyKernel è tutta farina del tuo sacco? E cosa vuol dire WRDN? E che fine ha fatto l’AudioKlub?”

“Cominciamo dall’ultima domanda: l’AudioKlub sono io. Punto. Ormai non esiste più perché non produco più niente, l’ho fatto solo in quella occasione che hai sfruttato tu ma non per bisogno di crediti, solo perché avevo voglia di condividere questa cosa con qualcuno che speravo l’apprezzasse, e mi pare che sia andata proprio così; in questo ho avuto fortuna. Il sistema operativo MyKernel è un parto esclusivamente mio, come d’altronde la scheda audio; WRDN è uno scherzo, significa Wasted Resources Doing Nothing!” E rise.

Risorse Sprecate che non Fanno Niente? Devi essere più pazza di me!” E rise anche lui.

“Non sfidarmi sul quel campo. Senti, nel frattempo posso mettere il tuo disco in sottofondo?”

A quel punto Cropper ebbe un’ispirazione e disse: “No, ascoltalo quando me ne sarò andato. Mi esprimerai le tue impressioni la prossima volta che ci vediamo.”

Lei esitò ma alla fine accettò l’idea. “OK, forse è più giusto, così la tua presenza non mi influenzerà e lo ascolterò per la prima volta ad un volume adeguato, vale a dire da far tremare i muri. E poi vuol dire che ci risentiremo o rivedremo almeno in un’altra occasione, perché non puoi sfuggire al mio giudizio.”

“Molto bene” concordò lui soddisfatto. “Ora vorrei sapere cosa si può davvero fare con i tuoi prodotti, e intendo dire tutti insieme.”

“Per cominciare, devi sapere che i componenti più esclusivi della tua scheda non erano di origini militari come ventilato nella documentazione originale, ma addirittura dei prodotti sperimentali; non ti posso né voglio dire come e dove li ho scovati, almeno per ora, ma sappi che solo io ho una scheda identica alla tua, visto che il processore principale me lo sono procurato in due soli esemplari.”

Cropper rimase in religioso silenzio, con i suoi circuiti cerebrali impegnati ad immagazzinare quanto sentiva, ripromettendosi di analizzarne il contenuto con calma. Lei continuò nell’esposizione.

“Per quanto riguarda il sistema operativo, ti spiegherò che si tratta di un motore software dotato di quella che ho battezzato adattività artificiale, una sorta di sindrome del trasformista.” La faccia di Cropper si corrugò perplessa. “A parte gli scherzi, è un nucleo di sistema operativo capace di plasmarsi secondo le esigenze, s’intende entro certi limiti, specialmente in abbinamento con il mio apparecchio audio. Ci sono ancora un sacco di buchi da risolvere, ma pur essendo sostanzialmente un prototipo funziona già benino; sto ancora lavorandoci, anche se mi sto un po’ stufando.”

Seguì una serie di approfondimenti tecnici in cui Tornado descrisse a fondo i componenti speciali della sua unità audio, nonché le caratteristiche peculiari del micro-sistema operativo da lei creato.

 

Giorno dopo giorno Cropper si ubriacò di nozioni dettagliatissime, e nella sua mente cominciarono a disegnarsi vari scenari di utilizzo dell’inedito insieme di tecnologie che stava imparando a conoscere.

Nei tre giorni (e due notti) passati insieme girarono un po’ per Londra, parlarono di hardware e software ma anche di musica, consumarono musica (appunto) e birre, non sfiorarono quasi mai il tema dei rapporti con l’altro sesso; e poi qualche pasto fuori, qualche risata, nessun contatto fisico se non accidentale. Visti dall’esterno avrebbero potuto sembrare due ex-commilitoni, oppure due parenti stretti.

Prima di salutarsi fecero un accordo: lei si sarebbe fatta viva (non si sa come e quando) appena le sarebbe stato possibile farlo, a causa di impedimenti di cui non volle parlare. Nel frattempo lui aveva il compito di mettere in pratica quanto imparato, per riproporre eventuali altre domande e dubbi in occasione del loro incontro successivo.

 

Durante il periodo passato insieme, Cropper notò che lei non aveva svolto nessuna attività particolare oltre a controllare la sua posta elettronica e cose del genere; il suo fantomatico uomo non si fece mai vivo, a meno che non avesse comunicato con lui via e-mail, ma al momento della partenza dall’aeroporto Tornado fu chiamata sul suo orolofono, proprio qualche istante prima dell’imbarco di Cropper sul volo di ritorno.

“Scusami, ma devo andare.”

“Aspetta, mancano solo pochi minuti all’imbarco, poi me ne andrò anch’io.”

“No Cropper, devo andare immediatamente, se non voglio passare guai seri. Ti ho già detto che ti contatterò, abbi fiducia.”

“Aspetta! Quali guai? Anche tu devi fidarti di me, dimmi cosa…”

Inutile, aveva già cominciato a correre e sembrava anche piuttosto allenata a farlo, a giudicare dalla velocità delle sue falcate e dalla disinvoltura con cui scavalcò alcune grosse valigie lasciate in mezzo al corridoio, saltandole di netto senza esitazione. Dopo averla seguita con lo sguardo, mentre guizzava tra le persone circolanti nella sala dell’aeroporto come fossero bandierine in una gara di sci, a Cropper non rimase che andare all’imbarco, pensando che ultimamente stava assistendo con troppa frequenza a scene di persone amiche, o presunte tali, che lo lasciavano lì impalato senza dargli la possibilità di dissuaderle dal loro intento di andarsene.

 

[Copyright © 2002-2012 Claudio Falcone]

Categories: My Music Machine, Testi Etichette:

My Music Machine – otto

Quel fatidico venerdì mattina, per andare all’aeroporto, Cropper decise di usare la sua auto; non l’aveva quasi più usata dai tempi dell’ufficio, quasi come se avesse deciso di regalarle una meritata vecchiaia a servizio ridotto. A dire il vero, tra le spese che Cropper aveva rinviato a favore del restauro dell’organo Hammond (che aveva comprato a prezzo proporzionalmente ridicolo in un negozio di articoli usati di ogni genere, dove di certo non sapevano cosa rappresentasse esattamente per un appassionato quello strumento malconcio e scomodo da trasportare), c’era anche l’acquisto di una nuova automobile, magari con motore ad acqua visto che la sua era ancora un vetusto modello ad idrogeno puro!

Cropper aveva sempre dichiarato che nella sua nuova auto, oltre ad un impianto musicale di buon livello, non sarebbe potuto mancare per nessuna ragione al mondo il simulatore di motore a scoppio che Stax gli aveva procurato e montato sulla vecchia e gloriosa Dorf a idrogeno. Era troppo eccitante guidare in compagnia di quei rombi assordanti, quella sinfonia di tubi di scappamento, e altre sonorità preistoriche e vibrazioni di cui non poteva più fare a meno se ci si voleva divertire alla guida; gli era bastato un assaggio sulla stupenda spider Weller-Talbot MGX decalottabile (dotata di due calotte protettive secondo le condizioni meteorologiche) di Stax per capire la differenza tra il silenzio angosciante (termine che Stax traduceva con assordante) delle auto moderne e quella sinfonia di meccanica che caratterizzava i mezzi di locomozione di un tempo. Addirittura, su Globalnet aveva trovato alcuni programmi alternativi di simulazione, che gli davano la possibilità di rivivere una convincente replica dell’esperienza di guida di una Aston Martin coupé del 1960 (con tanto di brusio del vento per chi avesse installato il simulatore su una macchina non scoperta, come appunto la Dorf di Cropper) o di una Ferrari di Formula Uno del ventesimo secolo, e tante altre perle di antica ingegneria motoristica.

Vista l’età, la Dorf cominciava a dare problemi con eccessiva frequenza, perciò Cropper incrociava le dita tutte le volte che scendeva a prenderla nel turbogarage condominiale. Fortunatamente, malgrado fosse ferma da parecchi giorni, la gloriosa utilitaria questa volta si accese al primo tentativo, meritandosi una carezzevole pacca sulla cloche di guida da parte del suo affezionato proprietario.

In mezz’ora raggiunse l’aeroporto interregionale; c’era parecchio traffico e dovette accodarsi con pazienza, ripensando con angoscia ai giorni in cui il tragitto verso l’ufficio gli creava forse più stress del lavoro stesso. Giunto sul posto, parcheggiò nel turbogarage più economico, quindi si affrettò all’imbarco.

L’arrivo a Londra fu puntuale, come sempre (almeno nelle occasioni in cui Cropper aveva viaggiato verso quella che un tempo era la capitale britannica); il clima era piovoso, come sempre. I taxi neri tipici dell’antica capitale della Gran Bretagna stazionavano rigidamente accodati, in attesa di clienti all’uscita della sezione arrivi interregionali dell’aerospazioporto di Gatwick. Il Pete Townshend Memorial lo stava attendendo dalla parte opposta della città, così s’infilò nel primo veicolo in attesa.

Arrivò in anticipo di un quarto d’ora rispetto all’orario di apertura giornaliero del museo, quindi in anticipo anche per l’appuntamento con il suo interlocutore di posta elettronica. Nell’attesa acquistò l’ultimo numero di Record Connector e si mise a leggere l’autorevole rivista mensile di musica.

Giunto alla settima pagina, si accorse che il museo stava aprendo, quindi arrotolò la rivista e se la mise in una tasca della giacca. Si guardò intorno alla ricerca di qualcuno che gli suggerisse un aspetto da hacker, oppure da intellettuale genialoide un po’ nerd, oppure… beh, non sapeva cos’altro cercare, ma lo cercò.

Non poté fare a meno di notare una ragazza snella, dai lunghi capelli biondi e con due celestiali occhi di ghiaccio, che gli aveva lanciato un paio di occhiate sospette; decise che se il signor Tornado non si fosse fatto vivo entro dieci minuti di cronometro, avrebbe approfondito la conoscenza della biondina dai capelli lisci in giubbotto di pelle nera da rocker.

E così, dopo dieci minuti ed un nanosecondo di infruttuosa attesa, si era completamente disinteressato di Tornado, dell’unità audio, del MyKernel WRDN (cosa cavolo voleva dire WRDN? Ogni tanto gli tornava in mente quel dettaglio) e della sua carriera musicale: una irresistibile curiosità (abbinata ad una lunga astinenza sessuale) lo portava a voler conoscere la rockettara bionda.

Si avvicinò con nonchalance proprio mentre lei, mantenendo uno sguardo indecifrabile su di lui, stava entrando nel Memorial dopo aver scaricato l’importo dovuto dal suo anello di credito; Cropper fece la stessa cosa, e in quel momento le fu abbastanza vicino da leggere una scritta a pennarello sulla gamba destra dei jeans di lei:

TORNADO!!

Non può essere, si disse lui. Solo una coincidenza. Ma come poteva esserne certo? D’altra parte, le comunicazioni avvenute in merito all’acquisto della scheda audio erano sempre in tono plurale, tipo “siamo lieti che tu abbia scelto il nostro prodotto” e così via, oppure al singolare nel caso degli ultimi contatti ma senza mai presentarsi al femminile, almeno secondo quello che si ricordava lui; ed era certo che si sarebbe ricordato del contrario.

La superò con indifferenza, per poi sbirciarla riflessa in una parete a specchio dell’atrio, e fu così che vide un altro dettaglio significativo: sotto il giubbotto di pelle lei indossava una t-shirt di marca (riconoscibile dal relativo logo stampato in pieno petto a caratteri cubitali) ma portata a rovescio (infatti lui ne lesse benissimo il logo ribaltato, riflesso sullo specchio): tutti gli appassionati veraci di informatica sapevano che quella moda di vestire al contrario le t-shirt griffate era diventato da tempo una sorta di marchio di identificazione degli hacker.

E Tornado era indubbiamente un valido nickname anche per una donna.

Ecco cos’era la sorpresa a cui si riferiva nella proposta di appuntamento; ecco l’indizio decisivo che lo spinse a farsi avanti.

“Mi scusi, sto cercando una persona.”

“L’ha trovata; piacere signor Nordahl, io sono Tornado.” La risposta fu decisa ma non aggressiva, e velata d’ironia; sembrava molto sicura di sé. “Ce ne hai messo a farti avanti, ma non hai la faccia di un timido. Ti piacciono gli Who o ti sei costretto a venire qui solo per me?”

Se avessi saputo, probabilmente sarei stato disposto ad incontrarti anche su una discarica abusiva di rifiuti tossici, pensò Cropper prima di rispondere: “Sono tra i dieci artisti che mi porterei da ascoltare in caso di abbandono su un’isola deserta, ammesso che di luoghi come quelli ne esistano ancora.”

“Ci sono ancora, te lo garantisco. Anzi, ti ci potrei portare, se sarai gentile con me” disse lei con divertita sfrontatezza.

“Senti, ho bisogno di riprendermi dallo shock; andiamo a vedere la sala Quadrophenia, se non ti dispiace. E chiamami pure Cropper” disse lui, improvvisamente a suo pieno agio. Forse.

“Non mi dispiace affatto, Cropper” rispose lei divertita, però poi ebbe un’esitazione e aggiunse: “Un momento: cosa intendi per shock, il fatto che io sia una donna? Guarda che so fare benissimo il mio lavoro!” E dopo una breve pausa aggiunse con aria scocciata ma tranquilla: “Non dico che me l’aspettavo, ma a quanto pare esistono ancora troppi pregiudizi sulle femmine che fanno lavori tipicamente maschili o presunti tali.”

Lui si sentì il dovere di puntualizzare. “La sorpresa mi è piaciuta, e anche molto.” Si rese conto che stava facendo una specie di approccio, senza sapere se era proprio il caso, pertanto glissò verso altri temi. “Ma è soprattutto il tuo lavoro che mi affascina.”

Lei lo guardò di traverso, con un’espressione seria sul volto, muovendo lo sguardo lentamente dall’alto in basso, come se stesse scannerizzandogli la mente (e non solo) per verificare la sua affermazione. Poi disse con tono un po’ snob: “Non sei il mio tipo, almeno credo; ma sembri un tipo a posto e credo di potermi fidare di te, pertanto sono pronta a darti l’aiuto che cerchi.” Passando ad un tono più vivace, chiese: “Hai portato la tua demo?”

“Veramente questa è roba che suono con la band, non quello a cui penso di lavorare da solo… con l’aiuto di qualcun altro” premise Cropper, concludendo la frase con un riferimento alla sua nuova ‘amica’, reso esplicito da uno sfrontato sguardo dritto negli occhi di lei. Tale sguardo non durò per molto, poiché Cropper stesso decise che quegli occhi azzurri chiarissimi gli incutevano un certo timore reverenziale.

“Non ha importanza; voglio sentire la tua voce, il tuo modo di cantare; il resto m’interessa relativamente” precisò lei con determinazione.

“La mia voce?”

“Non esiste strumento più espressivo, se guidato da un vero talento.”

Cropper non poteva che essere d’accordo, ma lei aggiunse dell’altro:

“La voce di un cantante è il miglior modo per sentire la sua anima.”

Cropper sentì un brivido arrampicarsigli sulle vertebre per poi fermarsi in cima al cranio; rimase senza parole per un po’, quindi disse senza riflettere un granché: “Perché, secondo te mi merito tutte queste belle considerazioni?”

“Non lo so ancora se te le meriti, te lo dirò dopo aver sentito il disco” rispose lei accennando un sorriso ironico, e dopo una pausa completò il discorso dicendo: “E se la voce non mi convince o non mi basta, mi sarà sufficiente guardarti meglio negli occhi.”

Cropper avrebbe voluto disquisire sulla demo sparando una raffica di alibi sulla qualità dell’incisione, sul contesto più che informale delle esibizioni, sul contributo della voce femminile di Stella, e tante altre stronzate; restò zitto e fece così la cosa giusta, lui che tendeva sempre a parlare più del necessario.

Passarono ore nel museo, chiacchierando del mitico Pete Townshend, degli album storici Quadrophenia e Who’s Next, dei Mods e di Londra e dell’Inghilterra nei favolosi anni sessanta e tanto altro; si rese conto che aveva trovato una fanatica di quel British Rock sporcato da influenze nere, genere in cui Cropper sguazzava molto volentieri pur avendo una discografia in cui dominava il soul.

Col passare dei minuti, Cropper intravide anche altre caratteristiche della misteriosa Tornado, come ad esempio una certa alea di nevrosi, forse parte del personaggio di donna forte che sembrava essersi confezionata su misura. Non poté nemmeno evitare di ascoltare una vocina stridula che dall’interno della sua mente gli diceva: lascia perdere, una così può solo essere lesbica. Ed ecco che lei, quasi a confermare doti telepatiche, abbandonò una disquisizione sugli Small Faces e se ne uscì con un nuovo argomento.

“Hai una compagna? Le piace la musica come piace a te? Trovo che sia importantissimo, quando si è così… appassionati come tu sembri.”

“Sono solo soletto, e in questo periodo forse è meglio; ho troppo casino nella testa, non potrei darle il meglio di me.”

“Stronzate, il mio uomo non lo vedo da mesi ma so che lui è lì che mi aspetta, ed io svolgo le mie attività personali senza alcuna limitazione.”

Cropper decise che l’argomento si faceva interessante, e rimase in silenzio come per incoraggiarla a continuare, cosa che avvenne poco dopo. E a quanto pare non è lesbica, pensò.

“Comunque rifletti bene, quando dici che non le daresti il meglio di te, perché su questo non mi trovi d’accordo: forse non le daresti il ‘meglio’, ma le daresti comunque TE STESSO.” Il tono da imbonitore sulle ultime parole le veniva bene.

Sempre più interessante, si disse lui. Ma non sapeva che il seguito sarebbe stato ancor più… interessante.

“Visto che sei libero, ti andrebbe di fermarti a Londra per un po’? Io per adesso vivo qui, e posso ospitarti un paio di giorni prima di rimettermi a fare qualcos’altro. Che ne dici?”

Cropper ebbe un fremito e temette di essere improvvisamente arrossito, cosa non da lui. “Scusa?” disse guardandola dritta negli occhi.

“Tranquillo, sto chiedendoti di non fare le cose in fretta.”

Meno male, pensò lui ironicamente. “Vuoi dire che puoi dedicarmi così tanto tempo?”

“Beh, non proprio, ma se te ne andassi in giornata sarebbe difficile concludere qualcosa di concreto, non credi?”

Eh già, pensò lui. “Effettivamente il mio volo di ritorno lo avrei prenotato per domani pomeriggio; pensavo di incontrarti per poche ore e poi di fare una specie di tour dei negozi di musica locali, ma le mie finanze attuali non mi permettono di scialare, quindi dovrei anche mettermi subito a cercare un ostello…”

Impazientemente, lei lo interruppe: “Senti, sei maggiorenne e mi sembri a posto, quindi se ti adatti puoi dormire da me; se però ti rivelassi uno stronzo, sappi fin d’ora che con un colpo di karatè potrei castrarti all’istante.”

“E il tuo fidanzato cosa ne penserebbe?”

“Ma se non sa nemmeno dove sono! Lascia perdere, quella è un’altra storia. Non ti preoccupare di lui, sono io che decido della mia vita.”

Non avevo dubbi, si disse lui.

Lei lo vide sopra pensiero e aggiunse: “Vuoi vedere che sei un bugiardo e che c’é qualcuno che ti aspetta? Una gelosissima fidanzata, prossima alle nozze con questo tizio che la molla prima del weekend per andare a conoscere una sconosciuta? Vigliacco!”

“Ma no, cosa stai dicendo?”

“D’accordo; allora ricapitoliamo: sei single, adulto, musicofilo… Cosa nascondi di così negativo che ti impedisca di passare due giorni nelle mie vicinanze? Sei gay e ti vergogni di una compagnia femminile? Ho capito, hai paura di me. Che scarso di un uomo!”

Lui si mostrò seccato. “Quasi quasi anticipo il volo di ritorno, e lascio perdere tutto.”

“Smettila di fare il bambino” lo ammansì lei, prendendogli un braccio. “Ascolta, ti darò le informazioni che cercavi, e in cambio mi farai un po’ di compagnia; di solito qui non esco molto di casa, sono troppo presa in alcune faccende, ma un bel giro di negozi musicali mi andrebbe proprio. Insomma, mi stavo proprio annoiando a starmene qui a Londra da sola.”

“Ma nel messaggio non avevi detto che non saresti rimasta qui a lungo?”

“Infatti. Due giorni non mi sembra un’eternità” sussurrò lei, poi aggiunse bruscamente: “Allora, ti decidi?”

Senza risponderle, lui attivò l’orolofono e chiamò l’aeroporto immediatamente per spostare la data del volo di ritorno.

[Copyright © 2002-2012 Claudio Falcone]

Categories: My Music Machine, Testi Etichette:

My Music Machine – sette

Mancavano alcuni giorni al venerdì successivo, e Cropper non sapeva se raccontare la cosa agli amici. Decise che almeno Stax dovesse essere informato, se non altro per lasciare almeno una testimonianza della sua partenza qualora fosse successo qualcosa di spiacevole, e così andò a trovarlo sul lavoro.

Il negozio di alcolici dove lavorava il suo amico era proprio squallido. Arredamento squallido, quartiere squallido, proprietario squallido.

Stax veniva pagato bene, ma non c’era garanzia di ricevere il suo stipendio puntualmente ogni mese; in compenso poteva portarsi a casa qualunque tipo di prodotto passasse nel negozio, e fortunatamente a volte si trattava anche di bottiglie di un certo livello. Non che questa fosse una compensazione sufficiente per le angherie a cui era soggetto.

Al suo arrivo, il proprietario del negozio lo accolse come al solito con qualche battuta di cattivo gusto, poi li lasciò soli. Il tizio, un burbero di cui Cropper non sapeva nemmeno il nome, era noto con il soprannome di “Pinzetta”, datogli dal suo indubbio talento nello strapparsi con le unghie i peli del naso, specialmente durante la conversazione con qualcuno (talento confermato anche in quella occasione). Fortunatamente l’esibizione durò pochi secondi, grazie all’arrivo di Stax che permise a Cropper di cambiare repentinamente sia argomento che punto focale dei bulbi oculari.

“Ciao pseudo-manager, quando ci fai suonare in un posto decente?”

Stax era ufficiosamente il manager dei Music Machine, anche se quasi sempre erano i componenti attivi del gruppo a procurarsi le serate.

Stax rispose con tono cauto, per non farsi sentire dal boss: “Lasciamo perdere, ho le palle girate; sono proprio incasinato e temo che anche stasera farò le ore piccole in cantina.”

L’assist per una battuta da quattro soldi era troppo invitante: “Devi collaudare la nuova linea di prodotti, che so, della Premiata Distilleria O’Carragher di Galway?”

“Potrebbe essere anche un’idea… Beh, a cosa devo l’onore della sua venuta, dottore?”

“E’ successa una cosa inattesa. Mi ha risposto uno dei titolari dell’AudioKlub, dandomi appuntamento per un incontro di approfondimento tecnico, almeno credo.”

“E tu chiaramente ci vai. Ti serve un’arma? Credo di poterti aiutare. Non io direttamente, ma conosco qualcuno che in poche ore può farlo” ironizzò Stax.

“Ma smettila di rompere!” disse Cropper, accorgendosi che aveva usato lo stesso tono tipico di Stella quando pronunciava la stessa locuzione. “Non c’è niente di losco in tutto questo, solo un incontro tra appassionati di audio digitale e di musica, ne sono convinto. Mi ha proprio incuriosito. Voglio andare più a fondo nella faccenda, soprattutto perché per adesso non ho lavori… normali da fare.”

“Ah già, come va la tua attività ufficiale di consulenza informatica? Non ne parli mai!”

“Perché non c’è niente da raccontare; dopo i primi lavori passatimi da Joshua, non sta arrivando più niente.”

“Sì, ma anche tu non è che ti sbatti particolarmente per far succedere qualcosa, o sbaglio?”

“Non sbagli. Al momento sono troppo preso da questa storia della musica fai-da-te.”

“Allora stai attento a non farla diventare così importante da perdere il contatto con la realtà.”

Ecco cosa rendeva Stax il migliore amico di Cropper: sapeva accendergli dei campanelli di allarme quando lui si assopiva su qualcosa della sua vita. Ma in questa occasione Cropper non la pensò così.

“Se la realtà assomiglia a quella che vedo qui, non so chi sta peggio tra me e te” rispose di getto, senza curarsi del tono semiacido.

“Non ricominciare con questa storia, lo sai benissimo che se mi dessi un’idea valida potrei lasciare tutto dall’oggi al domani!”

“Stax, sono anni che andiamo avanti con questa presa in giro; io sono andato avanti e tu sei ancora fermo allo stesso punto.” Era proprio diverso dal solito: aveva optato per una specie di terapia d’urto.

“Parli bene tu, hai una scorta di crediti alle spalle che ti permette di rischiare qualcosa di più di me” ribatté Stax, che si era già incamminato verso la cantina.

“Veramente non sono mai stati tanti, e sono in via di estinzione” replicò l’altro. Poi, cercando di migliorare il tono della conversazione, Cropper propose: “Allora, che ne dici se mettiamo in piedi una piccola etichetta discografica? Sento che sarebbe l’idea giusta. Ci divertiremmo guadagnando, e viceversa.”

Stax si voltò, guardò l’altro dritto negli occhi per cinque secondi, o forse non più di sei; poi disse un po’ seccato:

“Veramente quella era una MIA idea! E tu l’avevi sempre smontata sul nascere! Cosa è cambiato?”

“E’ cambiato che io sarò uno degli artisti dell’etichetta” rispose l’altro con condimento di sorriso circostanziale.

“Un po’ prestino, visto che per ora non hai partorito neanche un ritornello o un riff di fiati o di chitarra, almeno che io sappia, e conoscendoti non ho dubbi che se non fosse così lo avrei saputo da un pezzo.”

“Aspetta e vedrai.”

“Hai visto? Ho ragione io; aspetterò. Come faccio da anni.”

In quel momento, se fosse stato al suo posto, per rimarcare il concetto Cropper avrebbe preso la prima bottiglia a portata di mano e l’avrebbe disintegrata contro un muro del negozio immediatamente dopo la fine della frase, giusto per far capire al mondo quanto ne avesse piene le palle di attendere inutilmente l’occasione della sua vita. Ma Stax non fece nulla di simile, anzi se ne andò silenziosamente in cantina, lasciando l’amico a metà conversazione, più o meno come il loro tradizionale scherzo olofonico. A Cropper non restò altro che andarsene, pur pensando che certe occasioni bisogna procurarsele, non aspettare che ci piovano in testa. Niente da fare, si disse: lui l’occasione la vuole con garanzia illimitata, optional compresi nel prezzo (che deve essere peraltro bassissimo) e consegna a domicilio.

***

Passando i giorni, Cropper si sentiva sempre più pronto ad andare a Londra per incontrare il fantasma di nome Tornado; intanto era tornato a casa Sameer, con una chitarra nuova e tanta voglia di suonare. La band si ritrovò per le classiche prove settimanali, ripercorrendo il solito repertorio nello scantinato di Sameer dove egli aveva assemblato negli anni un piccolo studio di registrazione con tutti gli attributi giusti, sfruttato per realizzare incisioni sue ma anche piccole produzioni altrui nei ritagli di tempo della sua attività come frequentatore professionista degli studi di registrazione delle music star globali.

Sameer Hanish era da parecchio tempo un nome ricorrente sulle copertine degli album più venduti; molti pezzi grossi dello show business musicale si avvalevano dei suoi virtuosismi per impreziosire prodotti commerciali destinati all’ascolto di massa, anche se lui non si montava la testa pur guadagnandoci abbondante denaro e fama. Inoltre era così bravo da non avere problemi di adattamento a nessun genere musicale, venendo quindi coinvolto anche in progetti più seri e pretenziosi. In realtà lui non avrebbe comunque mai rinunciato alla possibilità di suonare con la band di Cropper e compagni, perché in quel contesto si sentiva più vero, più… leggero.

Il repertorio dei Music Machine, cosa inusuale per un gruppo composto solo da caucasici, era sostanzialmente basato sul soul e sul rhythm and blues del ventesimo secolo, anche se con variazioni a tutto campo verso altri generi; i gusti dei singoli erano tutt’altro che uguali fra loro, però proprio grazie a questo ne risultava un sound di gruppo molto personale, ma sempre di facile ascolto.

Quella sera, il gruppo si fermò dopo tre ore di session quasi senza pausa. Stella aveva partecipato, nonostante la sua reazione di qualche giorno prima al Carpal avesse fatto presagire una sgradita defezione; anzi, durante le prove era sembrata proprio in gran forma musicale (ma era tornata a vestire maglioni larghi e pantaloni da camionista), sfoderando egregie prestazioni vocali assieme a fraseggi di sax di buona caratura. Stava migliorando ogni giorno di più, specialmente considerando che aveva imparato a suonare da autodidatta (come d’altronde tutti gli altri, ad eccezione di Sameer).

“Allora Sameer, tutto bene a casa?” esordì Stella rompendo il silenzio a fine prove.

“Bene, grazie; solo una gran paura ma adesso sembra tutto a posto.”

“Probabilmente i gestori del SCS non avevano pagato la bolletta dell’energia” scherzò Joshua senza convinzione.

“Ma non erano convinti di ottenere energia elettrica grazie ai loro tanto decantati sismo-accumulatori?” domandò Cropper.

“Niente da fare, hanno fatto cilecca; per essere gentili, diciamo che non ce l’hanno ancora fatta” rispose Sameer.

“Diciamo che la natura è molto più in gamba dell’uomo, e non esistono macchine in grado di imbrigliarla” commentò Klaus.

“Concordo” disse Sameer, aggiungendo dopo qualche istante “e credo sia giusto così.”

“Ragazzi, come siamo messi per i prossimi due mesi? Posso prendere qualche impegno per suonare in un paio di locali?” chiese Klaus, alleggerendo il tono della conversazione.

“Grazie per aver detto ragazzi.”

“Stella, abbi pazienza; d’accordo l’emancipazione della donna, ma da che Terra è Terra, quando si usa un plurale generico lo si mette al maschile” fu l’intervento un po’ saccente di Joshua.

“Veramente mi riferivo all’età media della band…”

Risatine di sottofondo.

“Obiezione accolta” affermò Joshua.

“Adesso, seriamente: si suona o no?” insistette Klaus, rivolgendosi a tutti indistintamente.

Il primo a rispondere fu Sameer, notoriamente il più impegnato di tutti: “Ho una seduta di registrazione fra due settimane, la cui durata è ancora da definire. Dopo di quella non ho niente in vista, per ora. Comunque conto di chiarire la durata di quell’impegno entro sabato sera.”

“Ottimo, sabato sera ti richiamo. Cropper? Pronto ad abbandonare per qualche ora i tuoi nuovi passatempi?”

“Dalla prossima settimana, quando vuoi.”

“Grandioso. E tu, Joshua?”

“In linea di massima non ci sono problemi.”

“Già, come dicesti quella volta che abbiamo perso una serata da 200 Cred per un tuo impegno imprevisto” ironizzò Klaus.

“200 crediti non ci avrebbero cambiato la vita.”

“Ce ne davano 200 a testa, maledizione! Io non ci avrei sputato sopra.”

“Non capisco come fai a gestire così bene il tuo tempo, Klaus; io sono sempre tirato per il collo, anche se sai bene che suono più che volentieri.”

“Prova anche tu a circondarti di collaboratori fidati che ti scarichino di incombenze noiose e… ruba-tempo, e vedrai che mi capirai meglio.” Klaus aveva la fortuna di non essere il più impegnato dei tre soci del Carpal Tunnel per quanto riguardava la gestione attiva del locale: con Diego come barista e Irma al comando delle operazioni in cucina, il suo ruolo era meno essenziale; però aveva investito parecchi più soldi rispetto agli altri due, praticamente oltre la metà del totale, al momento dell’acquisto del locale.

“Già, già… e la mia famiglia quando la frequento? Ci pensi a mia moglie?”

“A quella ci penso io!” Era Stax, arrivato tardi in studio per una bevuta in compagnia (le bottiglie le aveva portate lui).

“Il manager più inattivo del mondo! Però ti trovo bene” disse Cropper, riferendosi nemmeno troppo velatamente all’incontro del giorno prima.

“Ho appena ricevuto un disco che cercavo da una vita, perciò voglio festeggiare.”

Non fece fatica a raccogliere l’adesione di tutti i presenti.

“Di che disco si tratta?” fece Cropper.

“Del primo album degli OverTime, un gruppo che mi hai fatto conoscere proprio tu.”

“L’hai trovato! Come diavolo hai fatto? Ne esisteranno sì e no venti copie al mondo!”

“Già, perché era stato prodotto solo ad uso promozionale prima di deciderne la stampa definitiva, quando la band non era ancora famosa tra gli appassionati di musica indipendente” spiegò Stax a tutto il pubblico presente; finì il discorso rivolto a Cropper: “Non è un originale, purtroppo; ho avuto un duplicato da una tizia che ho scovato su quel forum di collezionismo musicale di cui ti ho parlato il mese scorso, ricordi?”

“Ricordo, certo.”

“Questa donna diventa sempre più interessante; ha detto che vuole incontrarmi perché abbiamo molte cose in comune, e presto mi manderà una sua foto.”

“Così avrai il tempo di scegliere quale prodotto chimico usare per disinfestarti dalla sua presenza” ghignò Klaus.

“Balle; scommetto che mi piacerà anche dal vivo, anche se non mi faccio illusioni. Però siamo diventati molto amici e mi confida davvero di tutto, non ultimi i suoi problemi con il marito.”

“Anche sposata?!?!?” saltò su Joshua.

“Con due figli” rincarò la dose Stax. “E con ciò? Un’amica è un’amica, anche se dell’altro sesso e… occupata. So che Cropper e Sameer mi capiranno, per motivi estremamente diversi.”

“Anch’io ti capisco; sono solo sconvolta perché non è da te parlare di una donna in questo modo; di solito anche in mia presenza i parametri di valutazione che usi sono misurabili in centimetri, coadiuvati da alcune figure geometriche oppure paragoni ortofrutticoli” sentenziò Stella con una cucchiaiata di sarcasmo.

“Lo so, onestamente non ci credo ancora nemmeno io!”

“Devo ricordarti quella volta che hai comprato una raccolta di successi di musica country solo perché in copertina c’era Dolly Parton con le sue prodigiose tette in primo piano? Non me la racconti giusta: per me c’è sotto qualcosa di più…”

“Cropper, sai che non sono il tipo per certe cose; non ci credo proprio, sono tutte favole” replicò Stax.

“No, ne sono quasi certo; neanche io ti ho mai visto così, hai uno sguardo languido e pensieroso.”

“Ma se non la conosco nemmeno di persona!”

“Presto avrai superato anche questo problema, e allora vedrai che avrò ragione.”

“Non so se essere felice di ciò oppure no.”

“Prova a non pensarci, e a prendere ciò che ti offrono gli eventi senza farti troppe menate.”

Tutti concordarono sul consiglio di Cropper, annuendo quasi all’unisono.

“Vi farò sapere come andrà; pare che voglia venire a trovarmi, appena riesce a prendersi una vacanza.”

Alcuni sorrisetti con scritto “è fatta!” comparsero sui volti degli ascoltatori.

“Aspetteremo che il marito le lasci un po’ di tempo per se stessa” disse ironicamente Klaus. “Intanto, ti dispiace procedere con la mescita o dobbiamo ritenere che quella borsa piena di bottiglie sia destinata alla tua scorta personale per il vostro futuro incontro galante?”

“Presto, chiamate un medico: c’è un caso urgente di siccità gutturale!” scherzò Joshua con voce inverosimilmente rauca, dando il via a un sequenziato stappar di bottiglie.

[Copyright © 2002-2012 Claudio Falcone]

Categories: My Music Machine, Testi Etichette:

My Music Machine – sei

Dopo qualche ora di sonno profondo, Cropper si alzò a pisciare; le scorie dei Negroni bevuti la sera prima avevano deciso di farsi vive con insistenza nella sua vescica, ed era impossibile resistere più a lungo.
Oltre alla luce del bagno, accese anche il computer per vedere la posta: stava diventando un’ossessione; durante l’avvio del computer andò ad espletare i suoi bisogni.
Uscì dal bagno con le mutande boxer ancora calate, ma ebbe una delusione: c’era solo un messaggio di errore del provider, l’odiato indirizzo di destinazione non valido.
Mi ero proprio illuso, pensò, oppure anche quell’indirizzo era stato rimosso da qualche zelante investigatore antipirateria.

E se fosse stato un suo errore? Forse non aveva fatto esattamente come il destinatario voleva, e sulla base di questo pensiero insistente decise di riesaminare il tutto, ma solo dopo essersi trangugiato (iniettato?) un caffè espresso abbondante fatto in casa.
Aveva inviato il messaggio a tornado_@neuralia.org senza successo, e con una rapida verifica scoprì che non esisteva alcun sito web all’indirizzo neuralia.org, per non parlare dei risultati negativi o inutili su tutti i motori di ricerca da lui conosciuti immettendo contemporaneamente o meno le parole ‘neuralia’ e ‘tornado’.

Però la codifica originale dell’indirizzo e-mail alternava lettere maiuscole e minuscole: strano, perché le maiuscole non hanno mai fatto alcuna differenza sulla validità di un indirizzo e-mail. Oppure no?

E se questo diavolo di un Tornado, ammesso che sia questo il suo nome vero o nickname, avesse fatto in modo che le maiuscole avessero un peso nel funzionamento della cosa? Valeva la pena di ritentare. Rispedì il messaggio, modificando l’indirizzo di destinazione e scrivendolo esattamente come era uscito dalla decodifica.

Bevve il resto del caffè, poi guardò sconsolatamente nel termoarmadio alla ricerca di cibo caldo o freddo per un’ipotesi di colazione, e pensò che forse, se avesse rinviato di qualche mese il restauro dell’Hammond, prima avrebbe potuto e dovuto acquistare un termocubo moderno, magari di quelli con simulatore di forno a legna, ottimo per mantenere fragranti le pizze da lui acquistate abitualmente al chiosco in fondo alla strada. Però concordò anche che per colazione la pizza non era molto indicata, perfino con un paio di Negroni ancora in viaggio di piacere nell’apparato digerente.

Dopo aver fatto due chiacchiere con i redivivi fermenti lattici dello yogurt da museo che da troppi giorni risiedeva nel suo reparto frigo, Cropper sentì il suono di avviso della posta elettronica in arrivo.

Si rivolse allo schermo, solo per vedere che stavolta il messaggio (sigh!) di errore era cambiato: parlava di richiesta non accettata.
Per un soffio lo yogurt non divenne una parte integrante della parete di proiezione dello schermo, ma mentre tale idea non gli era ancora passata del tutto, notò che quel messaggio aveva qualcosa di anomalo: a prima vista sembrava sì il classico errore inviato automaticamente dal gestore della posta elettronica, ma osservandolo con più attenzione si capiva che il messaggio aveva come mittente l’indirizzo di destinazione da lui usato, che quindi era indubbiamente giusto! Evidentemente il destinatario aveva attivato nel proprio software di e-mail una risposta automatica ai messaggi che non avessero certe caratteristiche. Ricontrollò anche l’errore precedente e vide che anche in quel caso si trattava di un finto errore di rete, partito dalla casella di destinazione!

Riprese il foglio con tutte le sue traduzioni dal digitalese all’umano, e mentre stava per urlare ‘Perché?’ vide l’onda perfetta, preceduta da ‘Sub’.
Sub come Subject?

Provò a copiare la tripla tilde nel soggetto del suo messaggio, e lo inviò all’istante per l’ennesima volta.

Per non mangiarsi il fegato a causa di un ulteriore eventuale insuccesso, Cropper fece un salto al chiosco del pizzaiolo, deciso a togliersi le voglie della notte prima.

Arrivato in casa, non accese subito il computer, preferendo il rischio di una cattiva digestione ad una potenziale perdita di appetito a breve termine.
Una pizza e due bottiglie di birra più tardi, procedette all’avviamento della macchina e si collegò con ostentata freddezza ed indifferenza; la posta in arrivo era parecchia, il solito marasma di roba da cestinare all’istante, ma un messaggio avente come soggetto ‘Bravo!’ (in italiano o in francese? Decise che il fatto non aveva importanza, visto che la parola aveva lo stesso significato nelle due lingue originali, cadute in semi-disuso a causa della globalizzazione) colpì la sua attenzione. Aprendolo, vide che l’indirizzo del mittente era diverso da quello a cui lui aveva inviato il suo messaggio, cioè quello che aveva decodificato, però intuì immediatamente che si trattava comunque della risposta al suo messaggio.
Fece per accedere al testo del messaggio, ma il computer gli rispose con una richiesta di parola d’ordine: si trattava di un messaggio criptato all’origine. Cropper digitò quasi senza pensare l’indirizzo e-mail che aveva decodificato, comprensivo di maiuscole e minuscole, ed ebbe subito successo. Dopo un attimo di orgoglio da neo-hacker, poté leggere il corpo del messaggio, commentandone mentalmente le frasi in esso contenute:

Complimenti, hai trovato il tesoro sommerso dalle onde! Facile, no?

Abbastanza, tutto sommato.

Come avrai già capito, AudioKlub non esiste più; anzi, hai avuto fortuna a trovarmi ancora qui: fra un po’ dovrò lasciare anche questo posto.

Se lo dici tu…

Se t’interessa saperne di più, potremmo incontrarci. Venerdì prossimo sarò all’ingresso del Pete Townshend Memorial di Londra, all’orario di apertura. Credo che mi riconoscerai facilmente, ma per te forse sarà una sorpresa.
Tornado

PS: visto che sei un musicista, portami una tua demo!

Il testo si chiudeva con un altro indirizzo e-mail, che secondo quanto indicato sarebbe rimasto attivo per soli tre giorni, e a cui Cropper avrebbe dovuto inviare un messaggio di conferma dell’incontro proposto. E così fece, senza nemmeno rifletterci sopra.
Così Tornado era proprio il nome di battaglia di questo misterioso genio dell’informatica, a cui aveva inviato sperticate lodi sul suo (o loro? Ma era solo o no?) software e sulla unità audio di cui era sempre più soddisfatto. E per tutta risposta si vedeva invitato ad un incontro al buio con questo personaggio. E la sorpresa di cui parlava? Boh! Da quando aveva iniziato la sua… nuova vita, di sorprese ne aveva avute così tante, che quasi quasi cominciava ad essere stufo di averne.
Sicuramente il luogo scelto per l’incontro non poteva essere più ispirante per Cropper, appassionato com’era da sempre della produzione musicale firmata dal mitico chitarrista dello storico gruppo inglese degli Who, a cui era dedicato quell’imponente esempio di museo multimediale. Si chiese se stesse per incontrare un fan con gusti simili ai suoi; altra risposta da ottenere nell’occasione. Gli piaceva anche la richiesta di portare una demo della sua musica, anche se al momento poteva solo dargli un miniCD dimostrativo della band, realizzato parecchio tempo prima e senza tanti fronzoli in presa diretta dentro uno studio di registrazione da pochi crediti all’ora.
Con il passare dei minuti, Cropper cominciò a rendersi conto che tutto questo aveva poco senso: sarebbe andato a Londra per un incontro alla cieca, mentre il suo conto di credito piangeva; non si era mai comportato con una simile avventatezza.
E il bello era che la cosa lo eccitava da matti.
Al suo posto, Joshua avrebbe commentato: “Affascinante”; meglio non pensare a cosa avrebbe invece detto Stax.

[Copyright © 2002-2012 Claudio Falcone]

Categories: My Music Machine, Testi Etichette:

My Music Machine – cinque

Rilesse con calma il foglio che aveva stampato in precedenza; iniziava con un curioso messaggio:

Ciao! Se sei interessato al mio lavoro, segui le indicazioni e potrai trovarmi sulla cresta dell’onda perfetta.

Proprio simpatico, pensò; potresti spiegarmi come faccio a contattarti, visto che l’indirizzo e-mail vecchio non esiste più? Scommetto che la polizia informatica ti ha cuccato, a te e ai tuoi compari armati di saldatore. E io adesso che faccio? Cosa si nasconde in questo strano apparecchio che mi avete venduto?

Il seguito del testo sembrava ancora più insensato:

Tra Natale ed Halloween non c’è differenza, e in mezzo troverai la terza via.

Cos’è, una nuova dottrina religiosa? Andiamo bene…

Ma il peggio arrivava subito dopo:

0846f122 11041144

0795f100 11065165

11461154 10561056

11172147

Una riga di spazio vuoto, e poi ancora:

08375142 1267e176

Hai afferrato l’onda perfetta?

Evidentemente aveva a che fare con un appassionato di surf, vista la citazione ricorrente. O no? E se si riferiva ad altro? Ma soprattutto, perché non togliersi tutti i dubbi in un colpo solo con un perentorio chissenefrega? Cropper stava proprio incazzandosi, perché non era da lui ignorare certe sciarade. Questo signor Tornado mi sta facendo vorticare gli attributi, pensò. Forse dovrei rassegnarmi ad essere stato vittima di una specie di raggiro, anche se devo ammettere che la scheda audio si comporta benissimo, per non parlare del CD a sorpresa…

Dopo qualche istante in stato catatonico, Cropper decise che era meglio lasciar decantare per un po’ i dubbi e i misteri dell’AudioKlub per dedicarsi finalmente ad un lavoro che gli era stato commissionato da un cliente dello studio legale di Joshua, anche perché il suo gruzzolo di crediti recentemente acquisito era in rapida fase di evaporazione.

***

Qualche giorno dopo, Cropper consegnò il lavoro e incassò una discreta cifra, niente a che vedere però con lo stipendio a cui era abituato nella sua vita precedente. Era comunque una boccata di ossigeno, così decise di festeggiare la sua prima prestazione da libero professionista con una serata tra amici. Mise la sua giacca preferita, quella di vera pelle bordeaux (ormai un lusso, vista la pressione esercitata sul mercato dell’abbigliamento dai movimenti ecologisti), e uscì sotto la solita pioggia di stagione.

Raggiunse il Carpal Tunnel proprio nel momento in cui arrivava Joshua, clamorosamente accompagnato dalla moglie Mariah; erano di passaggio per un aperitivo prima di andare ad una stucchevole quanto inevitabile cena di affari con altri membri dello studio legale.

“Cropper, ho sentito proprio poco fa il signor Pereira: è rimasto soddisfattissimo del tuo lavoro, e mi ha già detto che te ne passerà dell’altro. Complimenti!”

“Meno male, sono così distratto in questo periodo che temevo di avere combinato qualche puttanata…” A questo punto Cropper esitò, schiarì la voce e con nonchalanche chiese: “Come stai, Mariah?”

“Molto bene, Cropper. E tu? Josh mi ha accennato alle tue evoluzioni professionali; ti faccio tanti auguri.”

Cropper era certo che Joshua non avrebbe mai approfondito con la moglie le finalità artistiche delle evoluzioni professionali di un ex-informatico, preferendo rimanere sul piano lavorativo ufficiale; sicuramente aveva ‘accennato’ alla moglie solo del suo passaggio dal lavoro come dipendente alla consulenza. “Grazie davvero, sei molto gentile.” Seguì una pausa. “Verrai al nostro prossimo concerto?” domandò quindi lui per cambiare argomento.

“Solo se mi garantite che farete qualche canzone nuova; ormai conosco il vostro repertorio così bene che mi sembra di sentire una registrazione, anziché un gruppo dal vivo!”

Mariah non faceva testo: il suo orecchio musicale non era mai stato sintonizzato sulla lunghezza d’onda della band. Però Cropper ammise mentalmente che anche lui sempre più spesso provava la stessa sensazione.

“Va bene, promesso.” Era una evidente bugia: come avrebbero potuto studiare brani nuovi, quando riuscivano a raggiungere a malapena la media di una sessione di prove ogni tre settimane?

Entrarono nel locale. Klaus stava seduto ad un tavolo con una tipa interessante, nell’evidente esercizio delle sue attività di professionista del corteggiamento. Dietro il banco c’era Diego (l’altro socio di Klaus oltre alla simpatica e robusta Irma) che sorrideva sotto i baffi (per modo di dire, visto che oltre a non avere né barba né baffi, non aveva neppure un capello in testa ormai da parecchi anni). Anche lui stava già preparandosi ai racconti scabrosi di Klaus dei giorni a venire.

Stella non c’era; Stax aveva chiamato Cropper mentre era per strada e gli aveva detto che avrebbe fatto tardi al lavoro, preferendo riposarsi un po’ anziché uscire di casa. Per quella volta Cropper aveva deciso che non sarebbe stato opportuno troncare a metà frase il collegamento del suo orolofono da polso, fermando il dito a pochi millimetri dall’interruttore posto a lato del quadrante e limitandosi a grattarsi un po’ il palmo della mano.

Nel locale semivuoto, Cropper notò una donna seduta su uno sgabello ad un punto più lontano del bancone; i suoi lineamenti avevano caratteristiche orientali, ma le sue forme erano per così dire mediterranee, cosa che lui apprezzava. In particolare, una scollatura birichina ma affatto volgare faceva intravedere una dotazione che per dimensioni avrebbe fatto sicuramente la gioia dell’estimatore Stax.

Giusto il tempo di accorgersi di lei: in quell’istante si alzò andandosene dal locale in silenzio, dopo aver lasciato un mucchietto di crediti vicino al suo bicchiere di Memphis Train accuratamente prosciugato. Non lanciò nemmeno un’occhiata al bancone.

“Chi era quella?” chiese Cropper a Diego.

“Mai vista prima. Sembra interessante, ma non è il tipo di Klaus, quindi è a tua disposizione.”

“Non intendevo questo, o forse sì…”

“Senti, raccontamela giusta, tanto tu non sei strafidanzato da anni come me.”

“A proposito, quando ti sposi?”

“Taci, che se ti sente la mia Debbie, mi fa un culo ad asteroide!”

“OK, ho capito. Miscelami uno dei tuoi esclusivi Negroni king size, voglio affogare i miei sogni di gloria nell’alcool.”

Il Negroni di Diego sarebbe dovuto essere classificato nella categoria di quelle sostanze che provocano perdita di contatto con la realtà, ma intendiamoci, a un livello paradisiaco. Lui aveva personalizzato la ricetta originale del cocktail con un paio di ingredienti segreti, giurando che li avrebbe rivelati a pochi intimi (Klaus incluso) qualora si fosse sposato; e avendo fatto la promessa quand’era ancora libero, evidentemente pensando di farla franca a lungo, finché non era arrivata Deborah. Cropper e i suoi amici facevano il tifo per lei, sia perché lei e Diego erano proprio una bella coppia, sia perché non ci si poteva permettere che lui si portasse nella tomba il segreto del Negroni custom.

Dopo aver degustato un secondo, indescrivibile Negroni, Cropper decise di alzare le chiappe dallo sgabello (appena prima che insorgesse l’atrofia, visto che non si era spostato da lì per tutta la sera) e di andarsene a cuccia.

Dopo la camminata (per fortuna il locale non distava molto da casa sua), Cropper entrò in casa e si diresse precipitoso verso la doccia, abbandonando i vestiti strada facendo sul pavimento.

Una volta tonificatosi, ma ancora in abbondante stato di ebbrezza, accese l’impianto Cube-O-Phonic e si mise ad ascoltare una compilation di brani strumentali a base di Hammond grooves, sprofondando nella poltrona girevole a forma di sfera sezionata, probabile imitazione di un artefatto anni sessanta (del ventesimo secolo, s’intende), a cui era tanto affezionato. Nel frattempo il micio Elvis dormiva di gusto in uno dei suoi giacigli preferiti, anch’esso di forma semisferica.

Vide da lontano, vicino al computer, quello stramaledetto foglio che aveva momentaneamente accantonato, e gli venne un impulso insistente di strapparlo in miliardi di particelle. Poi, invece, si alzò barcollante e andò a prenderlo, tornando subito alla poltrona.

Mentre faceva roteare la poltrona sul suo asse, rilesse con vista un po’ annebbiata il contenuto del foglio. Cosa voleva dire quella frase sconclusionata su Natale e Halloween? E il resto? Nove insiemi di otto caratteri, che ricordavano qualche misteriosa funzione in linguaggio macchina, roba per esperti di linguaggio assembler. Che goduria!

Lui non era mai stato un vero e proprio programmatore, anche se di tanto in tanto nel suo lavoro si era scontrato con esigenze occasionali che, suo malgrado, lo avevano costretto ad imparare quelle poche istruzioni in qualche linguaggio di programmazione che non avrebbe mai più usato dopo la prima volta. Questa specie di universalità forzata era diventata una costante un po’ scomoda della sua carriera professionale, anche se lo rendeva molto appetito dalle aziende alla ricerca di professionisti eclettici.

Nel vapore alcolico dei suoi neuroni (o Negroni?) si stava evocando un ricordo: quella storia di Halloween e Natale gli suonava famigliare, e il richiamo ai mille linguaggi di programmazione che aveva incontrato nella sua carriera lo aiutò a ricordare meglio. C’era una battuta che girava in certi ambienti informatici, come ad esempio su alcune mailing list per tecnici ed appassionati, che racchiudeva un principio fondamentale dell’informatica: ogni carattere e simbolo della tastiera di un computer, per essere utilizzato da una elaborazione, poteva essere codificato in tre formati numerici e cioè decimale, esadecimale e ottale; secondo le tabelle di conversione tra i tre formati, 31 OCT (ottale) = 25 DEC (decimale), così si spiegava la bizzarra similitudine con le due date di calendario (dove OCT stava per ottobre e DEC per dicembre).

Forse era quella la chiave, si disse.

Ma quale chiave? Di quale serratura? E la terza via citata nel resto della frase? Cropper stava quasi uscendo dalla sbronza, grazie alla sua rabbia nel non riuscire a capire.

Un momento. L’altra base doveva essere quella esadecimale, se il ragionamento era valido sulle altre due. Una vocina interiore gli suggerì di insistere sulla precedente deduzione.

E quella frase sull’onda perfetta, appena di seguito? Era sicuro che fosse una chiave per aiutarlo nella soluzione.

No, sicuramente era solo una frase con qualche significato ironico sulle qualità audio della sua apparecchiatura valvolare. Meglio tornare ai valori di otto caratteri.

Già, otto caratteri; ammesso che fosse giusta l’idea della chiave di conversione in valori appartenenti ai tre formati di numerazione digitale, e supponendo di scomporre il gruppo in tre parti, occorrevano due caratteri per il valore esadecimale, e gli altri sei andavano divisi equamente tra decimale e ottale. Sembrava plausibile.

Cropper accese il computer; aprì immediatamente un programmino di selezione e identificazione dei caratteri della tastiera, scelse l’opzione di visualizzazione dei valori equivalenti nei vari formati numerici, e studiò con cura la parte centrale dell’ultimo gruppo di caratteri.

1267e176

Se la sua teoria era quella giusta, si disse, il valore in scala esadecimale non poteva che essere ’7e’, essendo composto da una cifra e da una lettera e considerando che i valori ottali e decimali venivano espressi solo con cifre numeriche; di conseguenza pensò che avrebbe ottenuto i dati mancanti convertendoli dai relativi formati. Imputò nel programma il valore esadecimale ’7e’ e la conferma gli diede un risultato superiore alle aspettative.

’7e’ era l’equivalente della tilde (~), non c’erano dubbi; ma la scoperta più interessante la fece osservando i valori equivalenti nelle altre scale: la tilde in valore decimale corrispondeva a ’126′ e in valore ottale a ’176′. Perciò quella riga di testo, una volta tradotta in caratteri leggibili, acquisiva un significato molto chiaro, anche grazie all’abbinamento con la frase successiva:

~~~

Hai afferrato l’onda perfetta?

La vedeva sotto i suoi occhi. L’onda perfetta! Caro il mio hacker, ho capito il tuo giochino! I gruppi di otto caratteri sono composti da un valore decimale, uno esadecimale ed uno ottale! Lascia che applichi la regoletta al resto dell’accozzaglia di caratteri e poi facciamo i conti, pensò Cropper; cominciò a sudare dall’eccitazione, o forse a causa dell’alcool, o entrambe le cose.

Una per una, le altre stringhe di caratteri codificati vennero pazientemente trasformate da Cropper in caratteri leggibili, arrivando ad un risultato che non ammetteva dubbi:

ToRnAdO_@neuralia.org

Un indirizzo di posta elettronica! Restava da chiarire la riga di cifre separate dal resto; a parte l’ultimo gruppo già tradotto, mancava ancora un terzetto di caratteri. Il risultato sembrava apparentemente in contrasto con la limpidezza della parte precedente:

Sub~~~

Decise che si trattava di un gioco di parole: per chiarire il concetto dell’onda perfetta, il suo misterioso interlocutore aveva citato la presenza di un subacqueo nei paraggi… Decisamente una battuta pietosa. Il tempo di rischiare una distorsione alla mascella per colpa di uno sbadiglio irresistibile, e inviò subito un messaggio all’indirizzo appena scoperto.

[Copyright © 2002-2012 Claudio Falcone]

Categories: My Music Machine, Testi Etichette:

My Music Machine – quattro

Dopo parecchi giorni di isolamento in casa, indaffarato a collaudare le parti del suo computer per accertarsi che tutto funzionasse correttamente, Cropper si decise ad interrompere la clausura per incontrare Stax al pub; arrivò sul posto all’ora di cena, pregustando qualche assaggio di manicaretti preparati dal fantasioso talento culinario di nome Irma, la cuoca nonché socia di Klaus e quindi comproprietaria del locale.

Appena entrato, notò Stax in compagnia di una ragazza che non riusciva a riconoscere, vista da dietro; di certo c’era un bel posteriore formoso, completato da un gran paio di gambe fasciate da un collant nero coprente, di un nero opaco così compatto che si confondeva perfettamente (e volutamente, pensò Cropper) all’estremità bassa con un paio di scarpe nere eleganti a tacco alto e sottile di tipico stile europeo del ventesimo secolo. Quella elegante continuità svolgeva bene il compito di esaltare lo sviluppo tridimensionale della silhouette degli arti inferiori…

“Buonasera a tutti!” esordì garrulo Cropper.

“Ooohh, ma io ti conosco!” gorgheggiò Stella, grazie a Dio non accompagnata dagli amici insignificanti. Cropper si rese conto solo allora che la ragazza vista di spalle era lei: davvero sorprendente! Non il solito stile da maschiaccio, ma una specie di selezione raffinata del suo guardaroba da palco.

Lei stava appoggiata al bancone vicino a Stax, e quest’ultimo aggiunse: “Mi sa che stiamo per scoprire che il suo nuovo giocattolo è in grado di soddisfargli anche qualche voglia erotica, vista la sua lunga assenza dalla vita sociale.”

“Porco” replicò Stella a testa alta, in tono finto-snob.

“Ha parlato Sua Castità” ribatté Stax, che in cambio ricevette un pizzicotto lancinante agli addominali.

“Buoni voi due, non cominciate a metterla sul piano sessuale, tanto alla fine le vostre sono solo parole.”

“Caro dottor Soul, sai benissimo che se fosse per me non avresti più nella band né una sassofonista né una voce solista femminile, perché alla qui presente non resterebbe mai più fiato sufficiente ad emettere alcuna nota, con o senza l’ausilio di strumenti musicali.” Era uno dei tipici esercizi verbali a sfondo erotico di Stax, naturalmente.

“Io ho gusti molto difficili, in cui tu non rientri affatto” fu la reazione di Stella verso tale affermazione, corredata da uno sguardo che avrebbe potuto fondere qualunque materia esistente nella galassia conosciuta.

Stax alzò gli scudi di protezione e decise di glissare, mentre controllava che la pinza, ehm… mano di Stella rimanesse al suo posto. “Bene, cambiamo argomento. Allora, cosa c’è di nuovo sul fronte tecnologico? L’audio funziona?”

“Sì. Ho appena inviato un e-mail all’indirizzo che avevo usato per contattare in origine i realizzatori della scheda audio, anzitutto complimentandomi per il loro lavoro e chiedendo di essere contattato per alcune spiegazioni su alcuni contenuti del miniCD supplementare; sto aspettando una risposta.”

“Affascinante” commentò con aria da nobiluomo Joshua, entrato in quel momento nel locale.

“Eccoti qua, finalmente! Quando la smetti di guadagnare soldi e cominci a vivere?”

“Klaus, sai benissimo che ho una famiglia da mantenere, e non sono pieno di crediti come vorresti far credere alla platea qui presente.”

“Non frignare, potrei sentirmi costretto ad offrirti la consumazione e in quel caso comincerei a piangere io!” piagnucolò sorridendo.

Il gruppo continuò la serata in un clima disteso: il fine settimana era ufficialmente cominciato.

Cropper ordinò una crépe ripiena, preparata secondo una delle argute ricette di Irma; tra un’azzannata e l’altra, aggiornò i presenti sulle sue scoperte, e illustrò anche alcune idee che voleva mettere in pratica, tra cui la sua intenzione di fare qualche brano dimostrativo da proporre alla band per una eventuale elaborazione di gruppo e (perché no?) anche per una incisione ufficiale.

Stax conosceva un po’ di gente nel campo della piccola distribuzione musicale e delle etichette indipendenti, oltre ad alcuni musicisti semi-professionisti che non aspiravano ad essere triturati dallo show business, ma che godevano dell’attenzione di un pubblico fedele ed appassionato, ancora in grado di distinguere tra il prodotto industriale e qualcosa di più sincero. Cropper aveva sempre fatto affidamento su questi contatti potenziali, ma il suo gruppo non aveva mai realizzato un’incisione sufficientemente valida nemmeno per una diffusione sul mercato discografico underground.

“Qualcuno sa che fine ha fatto Sameer? L’ho chiamato a casa più volte, ma trovo sempre l’olorisponditore. Non ho sue notizie dalla serata del cenone italiano.”

“Perché da allora non sei uscito molto, altrimenti sapresti che Sameer adesso è in India a casa di parenti, dopo aver saputo che un guasto temporaneo al Sistema di Compensazione Sismica locale aveva causato un terremoto proprio nella sua zona di origine” spiegò Joshua.

“Solo un glob come te poteva sapere tutte queste cose! Io non ho nemmeno il tempo di seguire le notizie internazionali” disse Stax con finto disprezzo.

“A proposito, da quando l’inglese si è evoluto nel globalese, ricordati che non si usa più il termine ‘internazionale’ bensì ‘interregionale’. Qualche neo-purista potrebbe alterarsi per quella espressione arcaica.” Era Klaus a far notare la cosa, proprio lui che, pur essendo un tipico figlio global nato da genitori di origine assortita, insisteva ad ogni occasione sulla necessità di dare il giusto risalto alle differenze geoculturali, sempre più attenuate da quando la globalizzazione aveva cambiato il mondo.

“Non cominciamo ad andare sulla politica, o torno al mio computer!” fu l’uscita di Cropper, che usò un tono troppo serio.

Non fece in tempo a sdrammatizzare: a quel punto Stella sferrò una mascolina manata sul bancone, e sbottò in modo inatteso: “E bravo! Torna dal tuo fedele compagno stupido e superveloce! Scommetto che fra un po’ ti sbarazzerai anche del tuo gatto, visto che è un essere vivente e ti vuole anche bene. Non ti sembra il caso di lasciare spazio per qualcosa di più vivo nella tua nuova vita?” disse sottolineando il gioco di parole, e se ne andò dal locale lasciando di sasso la combriccola.

Dopo qualche secondo di fermo immagine generale, generato anche dalla sinuosa vista posteriore di Stella che usciva con nervosa eleganza dalla porta principale, Klaus fu il primo a reagire. “Cosa ti dicevo l’altro giorno?” disse rivolto a Cropper. “Anzi, ti dirò di più: stasera si era messa in ghingheri per te. Ne sono sicuro.”

“E’ proprio vero, più le ignori e più ti cercano” disse Joshua.

“Non è mica così per tutte” commentò Stax.

“Mi è passata la fame” decretò Cropper, dopo aver finito di spostare lo sguardo a turno verso tutti i suoi interlocutori.

“Questo è IMPOSSIBILE!” strillò ironicamente Irma affacciatasi dalla porta della cucina, con un atteggiamento teatrale di sdegno.

La conseguente risata coinvolse tutti i presenti, e dopo qualche momento di assestamento, anche Cropper finì di mangiare senza lasciare alcun avanzo nel piatto. Istinto di sopravvivenza?

Tornando a casa, Cropper non poté fare altro che rimuginare su tutto quanto: i suoi sogni, le occasioni mancate della band, il famigerato computer nuovo, le donne della sua vita (poche ma mediamente buone, anche se soprattutto amiche e non amanti), l’e-mail inviato all’AudioKlub…

L’e-mail! Chissà se era arrivata una risposta. Aveva inviato il messaggio appena prima di uscire per cenare, forse al fine di aumentare il gusto della sorpresa in caso di risposta al suo ritorno a casa. E la cosa aveva funzionato: dimenticandosi di tutto il resto, accese il computer e scaricò la posta.

Purtroppo non c’era niente di nuovo: il solito quintale di spam pubblicitario, qualche bollettino tecnico a cui era abbonato dai tempi del lavoro d’ufficio, newsletter dei più interessanti locali musicali della regione, e un messaggio di errore proveniente dal provider.

Errore? Ahi, ho già capito, pensò Cropper: scommetto che quell’indirizzo e-mail non esiste più. E infatti aveva indovinato.

Aprì il browser, cercò di collegarsi al sito originale dell’AudioKlub, all’insolito indirizzo Globalnet @Ud10KlUb.org: la risposta fu una tipica segnalazione di sito non trovato. Avrei dovuto farlo prima di inviare l’e-mail, si disse alla vista della pagina informativa. E adesso cos’altro devo aspettarmi dal mio nuovo acquisto, che si autodistrugga in dieci secondi con una fumata dopo un sibillino messaggio di avvertimento? Mi sa che Stax avrà ragione, prima o poi.

Appena pensò a tutto questo, si accorse di avere un vago principio di emicrania, poi intravide afflosciato sulla sua stampante aerocromatica il foglio che conteneva la stampa del file TORNADO.txt e rivolse ad esso la sua attenzione.

[Copyright © 2002-2012 Claudio Falcone]

Categories: My Music Machine, Testi Etichette:

My Music Machine – tre

Cropper tornò a casa ad un orario indecente, accompagnato da un principio di mal di testa a cui era diventato avvezzo negli ultimi tempi; tutto questo non lo frenò nei suoi intenti di continuare l’analisi della sua creatura informatica.

Prima di tutto si premurò di non accendere accidentalmente il sistema di amplificazione collegato al computer (per non fare il benché minimo rumore, anche se le pareti del suo monolocale erano le classiche fonoassorbenti in Vibrasorber, economico ma efficace); non potendo permettersi l’installazione di un vero e proprio sistema di audiomuri integrati alla stanza, si era accontentato, per così dire, di (parole sue) “un tipico sistema dodecafonico Cube-O-Phonic di medio valore, composto dai consueti otto altoparlanti a larga banda piazzati negli angoli della stanza, più altri sei posizionati al centro delle pareti e un bellissimo subwoofer al plasma posizionato presso la parete scelta come frontale, dove viene proiettata l’immagine dello schermo del computer; i due altoparlanti a larga banda posti nel centro delle pareti centrali (frontale e posteriore) ricevono un segnale generato per interpolazione, e a volte sono addirittura inutili ai fini della ricostruzione dello spettro sonoro, venendo pertanto disattivati automaticamente dall’analizzatore spettrale incorporato…”

Ma torniamo a noi.

Dopo aver collegato una cuffia pluriaurale a sospensione di campo per poter comunque udire il sonoro, avviò il computer.

Nessuna reazione per qualche secondo. Niente proiettato sullo schermo a parete. Silenzio in cuffia. Panico in aumento.

Notò che la luce del lettore multistandard per floppy-disk / CD / DVD / Memory Card / eccetera lampeggiava nervosamente. Dopo una profonda riflessione, di durata prossima al nanosecondo, sulla obsolescenza del componente in oggetto e sul fatto che lui avesse scelto di installarlo in ogni caso per precauzione (visto anche il costo irrisorio), decise di dargli in pasto un vecchio dischetto vuoto magneto-ottico da 100 Megabyte stracoperto di polvere, giusto per non offenderlo.

Passarono ancora due minuti, in cui il dischetto venne centrifugato a più non posso dal suo drive, quindi nella cuffia di Cropper si sentì una voce femminile che diceva, in un inglese pre-global ripulito da ogni accento, praticamente nello stile dei computer parlanti di Star Trek: “Inizializzazione completata”.

Inizializzazione di cosa? Ma che cazzo hai combinato? I pensieri nella zucca dolorante di Cropper stavano prendendo una brutta piega; quel messaggio gli ricordava terribilmente una cosa che aveva studiato a scuola d’informatica, e cioè quei messaggi noti agli utilizzatori dei vecchi sistemi operativi Windows del secolo precedente, i quali ad un riavvio del proprio Personal Computer (come venivano chiamati all’epoca) visualizzavano sbigottiti una scritta che recitava più o meno “Si prega di attendere, aggiornamento del sistema in corso…”, e la cosa più difficile in quei casi era scoprire quale stramaledetto aggiornamento fosse stato (spesso accidentalmente) attivato dall’utilizzatore durante la sua precedente sessione di lavoro sul PC.

Finalmente, vide un’immagine multicolore vagamente psichedelica formarsi sullo schermo, ma a questo punto le sue sensazioni furono ancora più destabilizzanti: cosa significa tutto questo? E se spegnessi tutto e andassi a letto?

Da buon informatico, sapeva che non avrebbe potuto dormire tranquillo dopo quello che aveva visto, così decise di posticipare il mal di testa e di andare fino in fondo.

Si rese conto solo in quel momento che prima di andare al pub aveva lasciato nel lettore del computer il mini Compact Disc apparentemente difettoso la cui esistenza gli aveva tarlato la mente per qualche ora. Che fosse proprio quel maledetto dischetto di polimeri vari la causa del comportamento anomalo della macchina? Non sapeva se sperarlo oppure no.

Mentre si rassegnava ad un ritorno dell’emicrania perduta, Cropper vide trasformarsi l’immagine sullo schermo; i disegni paisley si erano smaterializzati a favore di un classico ambiente di lavoro in stile scrivania virtuale, ma dalla grafica assolutamente inusuale. Un messaggio audio in quattro lingue pre-globalizzazione (lette contemporaneamente dalla sensuale voce registrata) con contemporanea animazione video del testo, recitò “Benvenuti in MyKernel WRDN – versione post-beta 1.7.01″, poi sparì. Alcune icone sullo schermo aspettavano di essere cliccate, e lui le accontentò una per una, mooolto lentamente.

Dopo un certo tempo non misurabile con orologi tradizionali (come consuetudine dell’informatico che perde la relativa cognizione), emise il verdetto: il computer era partito con l’esecuzione automatica del CD misterioso apparentemente illeggibile, bypassando la normale fase di avvio, e il risultato era stato il caricamento di un sistema operativo assolutamente sconosciuto. Ora si vedevano alcuni file, programmi, forse anche qualche tipo di documentazione che poteva aiutarlo a capire. E il dischetto? Semplice, durante l’avviamento il sistema operativo cercava un supporto su cui memorizzare le caratteristiche del computer appena… visitato per la prima volta, al fine di non dover più rieseguire tutti i test diagnostici che gli avevano permesso di identificare i componenti della macchina (tutti correttamente riconosciuti, super-unità audio inclusa, a giudicare da un apposito file di rapporto sulla configurazione hardware che Cropper avrebbe scoperto poco più tardi sul dischetto magneto-ottico).

Ormai Cropper aveva anche trovato il modo di far eseguire una chiusura controllata del sistema, ed era pronto a spegnere tutto e dormire come un sasso fino all’ora di pranzo, quando un semplice file di testo vecchio stile attrasse la sua attenzione. Il file si chiamava TORNADO.txt e notando che era piuttosto piccolo, solo una manciata di kilobyte, Cropper si convinse che poteva permettersi quest’ultima investigazione prima di crollare.

All’interno del file c’erano poche righe di testo che non sembravano avere senso, ma lui fiutava qualcosa di importante. Non sentendosela di approfondire subito il suo contenuto, stampò il documento e quindi avviò lo spegnimento del computer, abbandonandosi ad uno sbadiglio pienamente meritato; appena il computer fece il tipico rumore simile ad un tonfo prima di spegnersi completamente, anche lui cedette alle lusinghe del suo rigido materasso autoanatomico in turgidene espanso a molecole instabili, uno dei suoi ultimi acquisti (di cui non si sarebbe mai pentito).

Il giorno dopo, Cropper andò a cena fuori con i suoi compagni di gruppo; alle ultime prove si era deciso di spendere alla tavola di un ottimo ristorante tradizionale italiano (il Millevoglie) un bel po’ dei pochi crediti provenienti dalle rare esibizioni a pagamento della band.

All’occasione furono invitati anche i famigliari stretti e/o i partner dei componenti della band, con massima libertà di partecipazione; l’adesione fu quasi completa, e del gruppo faceva parte anche Stax in qualità di discusso manager virtuale della band. Mancarono all’appello le due sorelle di Stella, ma ciò era da sempre uno standard, visto che entrambe non avevano mai apprezzato un granché la passione musicale della più giovane di famiglia. Inoltre erano ormai parecchie settimane che Stella non aveva un… accompagnatore, e questa stranezza non passò inosservata. Era comunque scontato che ogni partner periodico di Stella venisse invitato alle cene del gruppo, con coda di commenti (in assenza dei diretti interessati, ovviamente) da parte dei pettegolissimi maschietti della band.

Persino Sameer era in compagnia del suo ultimo partner, un ragazzo snello e fascinoso che mostrava meno anni di quelli che aveva.

“Amici, vi presento Brad.” L’omosessualità di Sameer non era mai stata una causa di imbarazzi per nessuno, anzi ci si ironizzava sopra anche insieme a lui senza che ne fosse ferita la sua sensibilità.

“Ciao Brad” dissero tutti gli altri in coro, sincronizzati e intonati su una singola nota monocorde perfettamente intonata (come ciò potesse avvenire senza preparazione era un vero mistero, ma riusciva sempre): era il rituale standard di queste occasioni; ricordava il saluto introduttivo all’arrivo di un nuovo membro in una comunità di alcolisti / sessisti / psicoturbati anonimi, ma ormai era impossibile evitarlo. In sottofondo, un caldo brano strumentale evocava fumosi jazz club del passato (beh, anche il Carpal Tunnel di certe serate…).

Dopo qualche secondo di sorrisi e frasi di circostanza, Stax ruppe la quiete. “Stella, lo vuoi capire o no che mi devi assolutamente presentare ad una o entrambe le tue sorelle? Scegli tu, mi vanno bene tutte e due, anche se forse prediligo la più bassa, per non rischiare di perdermi in ogni senso nel fisico statuario dell’altra…”

“Quante volte ti ho detto che le mie consanguinee non fanno per te? Sono troppo distanti dalla tua lunghezza d’onda.”

“Ma a lui interessano le loro poppe abbondanti, non la loro mentalità o la loro preparazione culturale” intervenne clamorosamente Sameer, lasciando di sasso soprattutto il suo accompagnatore.

“Caro Stax, appena tutti smetteranno di ridere lascia che ti dica che secondo me Stella ha veramente ragione. Però sulle loro tette non posso darti torto.”

“Bravo Crop, mettici anche tu! A furia di frequentare questo sporcaccione arrapato stai prendendo una brutta piega.” Contemporaneamente, Stax sfuggì per un soffio ad un terrificante pizzicotto di Stella agli addominali, un attacco sferratogli con consuetudine confidando nella scarsa tonicità degli stessi.

“Tranquilla, so ancora quello che cerco in termini di donne” puntualizzò Cropper.

“Sarei proprio curiosa di saperlo anch’io…”

“Buona tu, che sei sempre circondata di amichetti vari” irruppe Klaus, accompagnato per la seconda cena consecutiva (quindi niente presentazione e saluto all’unisono) da una rossa tutta curve di nome Natasha, le cui specifiche intellettuali e fisiche rientravano nella media delle sue accompagnatrici.

“Sempre e solo amici, lo sottolineo, e neanche tanto stretti. Quasi tutta gente che conosco da quando giocavo a nascondino in cortile, mai niente di speciale.”

Su quest’ultimo aspetto non aveva dubbi nessuno della band; le amicizie extra-musicali di Stella non sembravano molto importanti per lei. Però il commento di Klaus era riferito indubbiamente ai suoi accompagnatori ufficiali, quelli che innegabilmente Stella non vedeva solo come amici d’infanzia con cui disquisire dei tempi goliardici delle scuole elementari. Ma sull’argomento non c’era mai stato modo di stanarla, nemmeno stavolta che si era presentata alla cena come single.

“Voi maschi recitate sempre la parte dei duri insensibili, ma prima o poi trovate quella che vi mette in riga.” L’intervento portava la firma di Mariah, la moglie di Joshua, la quale rientrava proprio nella categoria di donne da lei descritta, e malgrado ciò non aveva mai suscitato particolare antipatia a nessuno della compagnia.

“Che peccato, ci tocca interrompere questa meravigliosa conversazione per fare onore ai primi piatti in arrivo” disse Joshua con ironia, stuzzicando un po’ di ilarità collettiva.

Qualche silenzioso istante dopo, con voce non troppo alta Stella minacciò Cropper: “Meriteresti che ordinassi un bel contorno di bietole rosse, visto che mi sei seduto vicino. Faccio ancora in tempo…”

“Ti prego, sai che potrei vomitare all’istante; mi basta sentirne l’odore. Anzi, il solo pensiero mi ha messo già a disagio.”

“Pare che sia l’unico cibo del pianeta che Cropper non è in grado di ingerire, anzi nemmeno di odorare!” ironizzò Klaus.

Un istante dopo, Cropper era in estasi su un piatto tris di pastasciutta con cui pareva aver intrapreso una nuova forma di rapporto sessuale; gli altri si gettarono a ruota sulla loro porzione, mentre in sottofondo una bella versione dal vivo di I Just Want To Make Love To You cantata da Aida Cooper scaldava l’aria del locale.

Al risveglio del giorno dopo, avvenuto abbondantemente oltre l’ora di pranzo, Cropper aveva un paio di pensieri da assecondare con urgenza: vedere se il computer si accendeva ancora in modalità per così dire ‘normale’, e vedere se si accendeva ancora avviandosi dal CD sospetto.

Tolse il glorioso disco magneto-ottico dal suo lettore, accese il computer e rimosse il CD incriminato; l’avviamento procedette come da copione, con la familiare sequenza di operazioni alla partenza del sistema operativo da lui installato (W-X versione 8.09 per sviluppatori, rigorosamente freeware) e la solita interfaccia ad icone animate tridimensionali, godibilissime da vedere in proiezione-schermo 4D sulla parete libera, la stessa del subwoofer al plasma. Cropper apprezzava il sistema aptico d’interfaccia multidimensionale, che permetteva l’uso delle mani direttamente sulle proiezioni olografiche delle icone al posto del vecchio puntatore mouse, ma a quest’ultimo era proprio affezionato, un po’ come gli antichi programmatori DOS e UNIX e via dicendo quando si impuntavano nel rifiutare qualunque tipo di agevolazione grafica a favore di una tormentosa interfaccia a caratteri, basata sull’uso esclusivo di comandi manuali tramite tastiera. Decisamente altri tempi, commentò mentalmente Cropper, che tramite un comando vocale personalizzato fece riavviare il computer, non prima di aver reinserito il miniCD e il floppy magneto-ottico.

Al termine della fase di riavvio, l’accesso al floppy fu molto rapido e il computer prese vita in pochi secondi; sicuramente la scarsa quantità di informazioni registrabili su un miniCD da tre pollici di diametro (e non era neanche di quelli a polimeri ottici multidimensionali, e nemmeno multistrato) rendeva veloce il caricamento, ma dall’altra parte Cropper non poteva non ammirare la bravura degli sviluppatori che avevano creato un tale gioiello: il sistema operativo girava velocissimo, ed era ricco di strumenti di lavoro interessanti, il tutto senza occupare né tanta memoria di lavoro né tanto spazio sulla memoria di massa.

Nei minimalisti file di documentazione presenti nel CD trovò le istruzioni per evitare l’uso del floppy in fase di avvio, così si tolse il pensiero su eventuali rischi legati ad un danneggiamento del dischetto; configurò il sistema in modo che all’avvio fosse possibile scegliere se partire dal fantomatico MyKernel o dal più tradizionale W-X, e archiviò il disco magneto-ottico.

Continuando nella navigazione all’interno del CD, trovò una cartella dal nome ‘My_Toolz’ piena di file di vario genere; in quel momento squillò l’olofono: era Stax.

“Ben alzato” disse Stax, con voce paradossalmente assonnata.

“Stax, dove sei finito ieri sera? Sono rimasto al Carpal fino a tardi, ma non ti sei fatto vedere! Ti sei perso Stella che dopo molti drink parlava in francese: decisamente stuzzicante!”

“Beato te. Io ho avuto da fare al lavoro. Come va il tuo bambino elettronico?”

“Ho scoperto che sa molto di più di quello che volevo insegnargli, e quel sottobicchiere in omaggio si è rivelato una bomba!”

“Parli del miniCD? Anche quello è di origine militare?”

“Non dire cazzate. E’ auto-eseguibile, e contiene un sistema operativo a me sconosciuto, più altre cose che sto cercando di scoprire.”

“Bene, hai ricevuto un bel metavirus in omaggio; me lo sentivo.”

“Ti assicuro che non è così.” Nel momento stesso in cui lo diceva, Cropper si rese conto che effettivamente non aveva nemmeno preso in esame la potenziale pericolosità della situazione, ma in cuor suo si sentiva inspiegabilmente sereno, lui che di solito si riempiva di precauzioni anche solo per aprire una foto scannerizzata.

“E cosa avrebbe di speciale questo software?”

“Anzitutto è velocissimo; ho eseguito dei test interni e le prestazioni sono straordinarie, sembra quasi che si sia ‘modellato’ sulle caratteristiche del mio computer, più che essersi solo ‘configurato’. E poi ci sono alcuni programmi di varia utilità, tra cui i tradizionali e-mail, navigatore Globalnet, editor grafici e di testo, il tutto anche molto piacevole a vedersi grazie alla grafica pulita e gradevole. Proprio bello.”

Stax fece smorfie di derisione durante l’intero soliloquio tecnico dell’amico, poi formulò una domanda a bruciapelo: “Ma l’audio funziona?”

Stax aveva il dono di fare domande da incompetente che avrebbero fatto collassare qualunque esperto, perché erano sempre domande clamorosamente pertinenti.

“Ora che me lo chiedi: sai che non ci ho fatto caso? Alla partenza del sistema operativo non ho sentito alcun suono di benvenuto, tranne la prima volta quando l’ho avviato accidentalmente. Non mi dire…”

“…che i cari amici dell’AudioKlub, o come cavolo hai detto che si chiamano quei furfanti da cui ti sei fatto lucrare chissà quanti crediti, ti hanno regalato qualcosa che non ha molto a che fare con l’hardware di loro produzione; a questo punto, preparati a sorprese ulteriori.”

“No, no, si tratta sicuramente di un problema meno serio, ammesso che ci sia un problema; comunque grazie per l’osservazione. A proposito, ho una novità importantissima che ti riguarda” disse Cropper cambiando improvvisamente tono di voce.

“Riguarda me? E cioè?”

“Non so se è il caso di parlarne al telefono.”

“Non ho intenzione di uscire di casa adesso, quindi anticipami qualcosa.”

“Se sei convinto…”

“Non tenermi sulle spine! Di che si tratta?”

Cropper continuò con tono cupo: “Beh, devi assolutamente sapere che…”

E con un repentino click sull’interruttore manuale di attivazione dell’olofono, Cropper interruppe bruscamente la comunicazione, scoppiando a ridere. Adorava quello scherzo, anche se ormai era proprio vecchio; a turno lui e Stax si sbattevano in faccia la cornetta (usando un eufemismo risalente ai tempi della telefonia audio analogica) nel bel mezzo di una frase, lasciando l’altro in uno stato di dialogus interruptus e con un amichevole grido “BASTARDO!” a caratteri cubitali stampato nella mente.

[Copyright © 2002-2012 Claudio Falcone]

Categories: My Music Machine, Testi Etichette:
Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.